THE SUBSTANCE

This entry is part 24 of 41 in the series N3 2025

TORO SCATENATO

L’eterna giovinezza del déjà vu

Di Miriam Padovan

Se pensavate che Hollywood avesse ormai spremuto fino all’ultima goccia la metafora del culto della bellezza e dell’ossessione per la giovinezza, beh, vi sbagliavate. Coralie Fargeat arriva con The Substance, un body horror che promette di rinnovare il genere ma che, alla fine, ci regala un’esperienza tanto prevedibile quanto esteticamente compiaciuta.

La protagonista, interpretata da una Demi Moore che evidentemente ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, è Elisabeth Sparkle, una star della TV ormai al tramonto che si ritrova vittima di un siero ringiovanente: una sostanza che la sdoppia letteralmente in una versione più giovane di se stessa, interpretata da Margaret Qualley. Ora, il concetto di sdoppiamento non è esattamente una novità: Oscar Wilde, Stevenson, Cronenberg e perfino La morte ti fa bella (Death Becomes Her, Robert Zemeckis, 1992) avevano già detto la loro sul tema. Ma The Substance vuole farci credere di essere innovativo mentre ci accompagna lungo un percorso di prevedibile decadenza fisica e morale, con secchiate di sangue e didascalie morali al neon.

La regia di Fargeat è un tripudio di estetica camp, volutamente sopra le righe e iper-patinata. Ogni inquadratura è studiata al millimetro per risultare visivamente d’impatto ed ogni scena splatter è precisamente coreografata. Tuttavia, questa maniacale ricerca della forma perfetta finisce per soffocare qualsiasi sostanza (ironico, vero?), trasformando il film in un esercizio di stile fine a se stesso. La fotografia, che vorrebbe evocare un’atmosfera fiabesca e inquietante, risulta invece più un’esposizione di estetica plastificata, priva di reale profondità emotiva. Dietro l’estetica 80s (il perché poi abbia deciso di doverlo ambientare in quest’epoca mi sfugge proprio), il film rimane tanto brillante in superficie quanto vuoto nei contenuti.

E quindi veniamo un po’ alla critica sociale, perché sì, The Substance ci tiene moltissimo a farci sapere che ha qualcosa da dire. Il messaggio è gridato a squarciagola e poi ripetuto con una martellante insistenza: essere vecchi è brutto, essere giovani è meglio, il patriarcato sfrutta il corpo delle donne e Hollywood è un tritacarne spietato. Fin qui tutto bene, se non fosse che la metafora non è solo sbattuta in faccia allo spettatore, ma pure triturata e servita su un piatto d’argento con tanto di spiegazione incorporata.

C’è una scena in cui Elisabeth entra in una tavola calda dopo aver assunto la nuova dose di “substance“. Qui incontra un uomo anziano che riconosce e che, come lei, è dipendente dalla sostanza. Lui le chiede se ha seguito il suo consiglio, e solo a questo punto scopriamo che si tratta della versione invecchiata dello stesso giovane medico che all’inizio del film le aveva fornito il misterioso elisir. La rivelazione, invece di essere lasciata all’intuito dello spettatore, viene sottolineata con una ridondanza quasi comica: un primo piano su una macchia sulla mano del vecchio, un flashback per mostrarci che il giovane medico aveva la stessa macchia, un’inquadratura sul numero assegnato dal misterioso programma della sostanza, e infine un’ulteriore scena che evidenzia una cicatrice sulla sua schiena, giusto per non lasciare spazio a dubbi.
Insomma, un’informazione che si sarebbe potuta trasmettere in modo sottile viene ripetuta così tante volte da farci dubitare della fiducia della regista nel nostro quoziente intellettivo. In un’opera che dura centoquarantadue minuti, non si può fare a meno di chiedersi: davvero nessuno ha pensato che un po’ più di considerazione per l’intelligenza dello spettatore sarebbe stata preferibile a questo didascalismo martellante? Con una struttura narrativa che si ripete all’infinito, lo spettatore viene preso per sfinimento: la sequenza finale, che dovrebbe rappresentare l’apoteosi del body horror e della critica sociale, si trasforma in un’estenuante accumulazione di effetti speciali.

E poi c’è il problema dello sguardo. The Substance si propone come una critica feroce all’ossessione dell’industria dell’intrattenimento per il corpo femminile, ma nel farlo finisce per ricadere esattamente negli stessi meccanismi che pretende di denunciare. La regia oscilla tra il voler smascherare lo sguardo maschile e l’indugiare in quell’estetica che ne è la diretta conseguenza: riprende con ossessione i dettagli della pelle liscia e luminosa di Qualley, per poi soffermarsi con la stessa enfasi sul decadimento fisico di Moore, tra smorfie di dolore e carne martoriata. Il problema è che, nel mettere in scena la mercificazione del corpo femminile, il film la replica senza un vero distacco critico. Invece di sovvertire le regole della rappresentazione tradizionale, le ripropone in modo quasi voyeuristico, finendo per compiacersi della stessa estetica che vuole criticare. È un horror che si presenta come femminista, ma che in realtà non riesce mai a liberarsi dalla fascinazione per il corpo esibito, sia esso oggetto di desiderio o di repulsione.

Ciò che rimane, alla fine, è un film che avrebbe potuto dire qualcosa di interessante, ma che si perde nella sua stessa estetica e nella sua voglia di essere radicale a tutti i costi. The Substance è la versione cinematografica di un’influencer che grida contro la superficialità dei social mentre posa in bikini per un brand di skincare: una critica che si auto-sabota nel momento stesso in cui viene formulata. Demi Moore, con il suo coraggio nel mostrarsi vulnerabile e fisicamente esposta, meriterebbe un film migliore. Margaret Qualley fa il suo, incarnando perfettamente la bambola perfetta che Hollywood ama idolatrare e distruggere.
Ma il vero problema è che, alla fine, la loro lotta non è altro che un loop senza fine, un gioco di specchi che riflette la stessa immagine stanca e prevedibile.

The Substance, ovvero: La potenza sociale del cinema di genere

Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Insieme a Perfect Days (Wim Wenders, 2023), Giurato numero 2 (Juror #2, Clint Eastwood, 2024) e Il ragazzo e l’airone (君たちはどう生きるか / Kimi-tachi wa dō ikiru ka, Hayao Miyazaki, 2023), The Substance di Coralie Fargeat è stato il film più bello che abbia visto in sala nel 2024. Sono stato ammaliato e scosso a tal punto dalla potenza di quest’opera che le sue intense ed esplosive immagini rimbombano ancora nella mia testa, nonostante lo abbia visto solamente una volta. Non riuscii perciò a nascondere la mia sorpresa quando lessi e ascoltai diverse critiche e stroncature nei confronti di questa meravigliosa pellicola, provenienti stavolta non dalla solita combriccola di bastian contrari, pronti ad aggredire ciecamente qualsiasi prodotto culturale venga percepito come universalmente apprezzato o sia catalogabile come mainstream, bensì da colleghe e colleghi damsiani della cui opinione, ragionata e profonda, ho grande stima. È proprio con una di queste colleghe, infatti, con cui mi tocca scontrarmi questo mese, difendendo il film di Fargeat dalle accuse rivoltegli e facendo un po’ di mansplaining arrogante sul femminismo, da bravo maschio bianco etero.

Una delle critiche più consistenti rivolte a The Substance dai detrattori della pellicola (che, per comodità, d’ora in avanti identificheremo con la formula-sineddoche priva di malizia “Miriam”) è la costante e apparentemente proditoria presenza del male gaze (ovvero dello sguardo maschile) all’interno delle inquadrature e nella messinscena. E grazie al cazzo, mi viene da pensare; la genialità dell’opera di Fargeat, nonché la conseguenza della sua elaborazione teorica alla base del film, consiste proprio nello sbandieramento insolente del corpo femminile, qui volutamente mercificato e sessualizzato alla massima potenza. Lo scopo, tuttavia, non è né quello di “smascherare” il male gaze, né quello di provocare eccitazione o desiderio, nemmeno quando compare sullo schermo per la prima volta e come-mamma-l’ha-fatta la giovane Sue (Margaret Qualley): l’intenzione – riuscita in pieno – di Fargeat è di sfruttare e manipolare lo sguardo maschile per creare una sensazione di profondo disagio, di malessere, di intrinseca e morbosa solitudine, di qualcosa quasi contro natura. Fondamentale per questo è la costruzione dell’ambiente che circonda e in cui sono costrette a muoversi Sue e la sua “matrice”, Elisabeth Sparkle (Demi Moore): l’estetica – e sottolineo estetica, non ambientazione – anni Ottanta è perfettamente funzionale agli scopi della regista, poiché si tratta di un decennio fatto di apparenze ed egoismo, durante cui l’edonismo reaganiano e l’agghiacciante moda capitalistica degli yuppies avevano avvelenato le menti delle persone e stavano plasmando irrimediabilmente la società in qualcosa di meschino e abietto, i cui echi e le cui conseguenze si stanno facendo sentire ancora oggi. La mercificazione di ogni aspetto della quotidianità tocca(va) dunque anche il corpo femminile, andando a smontare tutte le promesse emancipatorie degli anni Sessanta e Settanta e condizionando anche le sue stesse vittime: Elisabeth/Sue non è una femminista, e questa è una scelta consapevole e profonda da parte di Fargeat; la vecchia-nuova star non intende affatto smantellare l’oppressivo sistema patriarcale di matrice capitalista che la opprime, ma desidera piuttosto farvi ritorno a tutti i costi.

La folle brama di diventare parte integrante e (apparentemente) privilegiata di un establishment o di uno star system cancerogeno e malato spiega non solo l’astuto utilizzo dello sguardo maschile come esplicita arma di denuncia (per inciso, saggiamente privata di tutte le sue armi “seduttive”), ma anche il conflitto interiore e mostruosamente distruttivo della/e protagonista/e: più volte viene ripetuta, tanto a noi-pubblico quanto a Elisabeth, la frase “Remember, you are one”, volta a rimarcare la singolarità della persona malgrado la partenogenesi dovuta alla sostanza illegale; eppure, come è inevitabile in un sistema avariato come quello capital-patriarcale, quella che dovrebbe essere un’unità viene scissa da interessi egoistici e di vana apparenza. Il conflitto tra Elisabeth e Sue rispecchia la lotta selvaggia che, tanto negli anni Ottanta quanto al giorno d’oggi, mette le donne l’una contro l’altra per ottenere il piedistallo di oggetto agevolato nella squallida società patriarcale. Il progressivo deterioramento del rapporto tra le due-che-sono-una corrisponde al grottesco degrado della loro unica arma di sopravvivenza in questo mondo, quel corpo che le rende appetibili ai lupi e agli squali del genere maschile.
Proprio a proposito di quest’ultimo, è affascinante notare come la critica di Fargeat non punti a screditare o a ridicolizzare il singolo uomo – operazione che, invece, era presente in Barbie (Greta Gerwig, 2023), filmetto divertente ma infinitamente più stupido e meno profondo di The Substance. Qui non si condanna “misandricamente” l’uomo in quanto tale, né tantomeno si glorifica a priori e biologicamente – come faceva sempre Barbie, in maniera ginocentrista, liberale e antimaterialistica – il sesso femminile: il patriarcato è indagato in tutta la sua grottesca drammaticità attraverso il personaggio esemplare di Harvey (un Dennis Quaid che non a caso condivide il nome con Weinstein e che, forse con l’ennesimo, brillante guizzo di genialità da parte di Fargeat, nello stesso anno interpreta il merdone criminale Reagan in quella ciofeca agiografica e propagandistica di Reagan, firmato da Sean McNamara), falso e spietato produttore televisivo che spoglierebbe con gli occhi pure un palo della luce se questo avesse un bel sedere, mentre, come ho già scritto, Moore e Qualley sono parte stessa del problema, delle anti-eroine sole e piene di difetti, con cui tuttavia non possiamo non simpatizzare. È emblematica in questo senso la scena in cui Elisabeth si prepara davanti allo specchio per l’appuntamento con un vecchio compagno di scuola: benché interiormente consapevole dell’evidente opportunità di sentirsi apprezzata, felice e in buona compagnia, la donna non riesce a scrollarsi di dosso il macigno delle apparenze fisiche, vittima di un lavaggio del cervello che le ha inculcato nel cervello il dogma secondo cui il suo unico possibile valore corrisponde alla sua avvenenza fisica; svanita quest’ultima, Elisabeth vale come un sacchetto dell’umido. È una scena potentissima e straziante, in cui tutti i messaggi e tutta la voglia di denuncia di Fargeat arrivano allo spettatore grazie a un lavoro straordinario di regia, interpretazione e montaggio. Altro che eccesso di didascalismo, Miriam…
Incomprensibile, infatti, risulta anche l’accusa di voler spiattellare senza eleganza i temi e la denuncia sociale del film, a cui si accompagna poi la critica nei confronti di un citazionismo spocchioso e fine a se stesso, che tradirebbe quasi una masturbazione stilistica da parte dell’autrice e servirebbe a celare una presunta mancanza di originalità.

Non ci sono dubbi, le citazioni abbondano in The Substance: Cronenberg, Lynch, Yuzna, Wilde, i fratelli Grimm, Kubrick, De Palma, Zemeckis e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, proprio come con lo sguardo maschile, Fargeat, come gli autori più intelligenti, sfrutta le lezioni dei grandi maestri del passato per dare vita a una narrativa e una messinscena che esplode (metaforicamente e letteralmente) in tutta la sua potenza. La regista sa perfettamente che certe soluzioni, come il pavimento che richiama quello dell’Overlook Hotel o le note del poema sinfonico più celebre di Richard Strauss, sono ormai perfettamente inquadrate nello Zeitgeist e rimandano di conseguenza a significati che trasformano considerevolmente il contesto, l’accezione e il peso di una scena. Ogni singola inquadratura di The Substance vive di una forza politica e sociale che restituisce le intenzioni di Fargeat più efficacemente di quanto non facciano i momenti apparentemente didascalici. La stessa disgustosa scena in cui Harvey si ingozza di gamberetti, grazie a uno straordinario lavoro dovuto alla scelta delle lenti e al montaggio, diventa un manifesto a sé, in cui nulla viene esplicitamente riferito allo spettatore: sfido in questo senso Miriam a riguardare questa e tante altre scene senza volume (facendo una violenza nei confronti del magistrale lavoro sul sonoro, me ne rendo conto), in modo da rendersi conto che il significato traspare molto più dalle immagini che dalle parole sputacchiate incoerentemente da Quaid, ennesimo indizio che ci troviamo di fronte a grande cinema.
Ciò che Miriam identifica come esercizio di stile stantio, vuoto e prevedibile, in conclusione, è un trionfo cinematografico contemporaneo che trova nel genere il proprio habitat naturale: il monumentale lavoro di effetti speciali e i violenti eccessi del film si mettono al servizio di un’encomiabile e malinconica opera di denuncia, che attraverso sangue, budella, decomposizione, marciume, tette, culi e gamberetti esplora la perdurante, subdola e macabra violenza fisica e psicologica del patriarcato. The Substance è un horror femminista che non si vergogna di entrare in apparente contraddizione, né di utilizzare soluzioni visive estreme per portare avanti la sua denuncia, inimicandosi sia i pudichi perbenisti borghesi, che compongono una fetta consistente del pubblico odierno e che per quanto mi riguarda possono esplodere come “Monstro Elisasue”, sia i detrattori di ogni tipo, indubbiamente armati di buone intenzioni e a cui mi rivolgo con una dose infinitamente superiore di rispetto e simpatia.

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Autori

  • Padovan Miriam nasce e decide di fare l’artista. Dopo un’infarinatura decisamente disomogenea, pensa di voler diventare una qualsiasi regista indie femminista ma il suo anno da fotografa per matrimoni le fa cambiare subito idea. Inizia a bingewatchare video di Barbero e scopre la sua vera passione: dare aria alla bocca. Approda al DAMS e, dopo essersi guadagnata la fama grazie al suo spaccio di appunti (secchiona e pure sottona), finisce per diventare redattrice di questa rivista.
    Il suo sogno sarebbe continuare a fare quello che fa adesso, ma da pagata: stare seduta sul proprio culo lamentandosi di come gli altri potrebbero fare meglio. Ha una terribile ironia ed i gusti artistici di una sedicenne: un’intellettuale wannabe che ha ancora troppo da imparare per avere un’opinione ma che, tra una cazzata e l’altra, a volte, ha ragione.


     

  • Tanto tempo fa (il 1998), in una galassia lontana, lontana (la Lombardia), nasceva Giovanni “Fusco” Pinotti, detentore dell’onore e dell’onere di essere co-direttore e caporedattore della rivista Le Voyage Dams la Lune. Tra le sue passioni cinematografiche figurano il western, la fantascienza, l’horror gotico, il tridente Leone-Eastwood-Morricone, Akira Kurosawa ed Elio Petri. Quando non scrive o parla di settima arte, è impegnato ad ammorbare i suoi conoscenti con filippiche marxiste o a giocare con il suo cane Ben.

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