FIL ROUGE: I BAMBINI NEL CINEMA
Io vedo gente morta
Di Alessia Vannini

Parlando di grandi performance da parte di attori bambini, non ci si può esimere dal parlare del film con uno dei plot twist secondo me più sensazionali della storia del cinema: The Sixth Sense – Il sesto senso (The Sixth Sense, 1999), scritto e diretto da uno dei più grandi geni del thriller/horror degli ultimi anni, M. Night Shyamalan.
Il sesto senso racconta la storia di Malcolm Crowe (Bruce Willis), uno psicologo infantile che cerca di aiutare un bambino di otto anni, Cole (Haley Joel Osment), tormentato da paure e visioni che non riesce a spiegare. Mentre Malcolm tenta di capire l’origine del suo disagio, tra i due si instaura un legame profondo, che li porterà a confrontarsi con qualcosa che va oltre ciò che è visibile.
Sebbene Bruce Willis sia considerato il protagonista del film, Haley Joel Osment è sicuramente da mettere a pari merito, avendoci regalato all’età di soli undici anni una delle performances migliori della sua carriera, se non persino del cinema contemporaneo. Divenuto famoso come child actor per le sue eccellenti interpretazioni in film di grande spessore come il presente, Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994) – in cui interpreta il figlio del protagonista – oppure A.I. – Intelligenza Artificiale (A.I. Artificial Intelligence, Steven Spielberg, 2001), egli ha forse raggiunto il suo apice nel film di Shyamalan.

Cole è un bambino estremamente sensibile, emarginato da un mondo che non riesce a comprenderlo, e Haley Joel Osment gli dona una fragilità autentica e mai caricata. La potenza della sua performance, supportata da quelle altrettanto eccellenti di Bruce Willis e Toni Collette – una madre disposta a tutto pur di vedere il figlio felice e privo di preoccupazioni – funge da denuncia dirompente nei confronti del bullismo. Il personaggio di Cole vive sospeso tra paura e desiderio di essere capito, e Osment riesce a rendere questo conflitto interno con una naturalezza disarmante.
La sua capacità di trasmettere emozioni complesse con pochissime battute è ciò che rende memorabile ogni sua scena. La sua espressività è tale da farci empatizzare con Cole senza che lui debba proferire parola. I suoi occhi, i suoi gesti, le sue movenze: tutto l’apparato fisico-espressivo è curato con una tale perizia tecnica che è quasi inevitabile sentire un brivido lungo la schiena guardandolo.



Inutile dire che Haley Joel Osment offre una delle più impressionanti interpretazioni infantili del cinema contemporaneo: intensa, misurata e profonda. Il giovane attore riesce a comunicare un senso di terrore che trascende lo schermo bidimensionale. Allo stesso tempo, si mostra in tutta la sua vulnerabilità, senza però mai scadere nel melodrammatico patetismo. A prescindere dalle accezioni paranormali che il film acquisisce, Cole si fa simbolo di un tormento universale che attanaglia tutti noi: la paura di aprirsi con gli altri, di confessare le nostre paure più profonde col rischio di non essere compresi, se non persino derisi.
Ciò che rende il personaggio così straordinario non è il semplice fatto che sia facile empatizzare con lui. Al contrario, ciò che colpisce dritto al cuore è la sua eccezionale capacità di ribellarsi e di non permettere alle sue paure ed ai suoi bulli di prendere il sopravvento su di lui.

La scena che più mi ha toccato il cuore e che mi fa scendere una lacrimuccia ogni volta che la guardo è quella in macchina con la madre. Cole trova finalmente il coraggio di raccontare a sua madre Lynn ciò che lo tormenta e, nonostante l’intenzione nel farlo fosse quello di esser consolato, capisce subito che sua mamma ha bisogno di esser abbracciata forse più di quanto non ne abbia bisogno lui. Nonostante lui veda letteralmente i fantasmi, comprende che anche la madre è tormentata dai suoi fantasmi del passato, con cui ancora non è riuscita a fare pace. La dolce confessione che il figlio le fa – facendosi portavoce della nonna defunta – chiude il cerchio, risana una ferita aperta che ha sanguinato per molto tempo ma che, finalmente, si è trasformata in cicatrice.
The Sixth Sense non è solo un film esemplare del grande cinema thriller/horror, ma anche e forse più vigorosamente una dimostrazione di quanto il talento non abbia età. La recitazione di Osment è così credibile e sensazionale da reggere alla pari il confronto con il grande Bruce Willis, dandoci riprova delle parole del buon vecchio Konstantin Sergeevič Stanislavskij: non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori.


Lascia un commento