THE MANDALORIAN AND GROGU

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Star Wars nel 2026: da evento cinematografico a ennesima seccatura

di Giovanni “Fusco” Pinotti

C’era un tempo, non troppo lontano e in una galassia vicina vicina, in cui l’uscita di un film di Star Wars in sala era un evento. Nel 1999, quando la saga tornò sullo schermo con il primo capitolo della trilogia prequel, il mondo dell’intrattenimento (e non solo) non parlava d’altro e, nonostante i film diretti da George Lucas fossero stati affossati dalla critica e da gran parte del pubblico, anche nel 2005, con Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith (Star Wars: Episode III – Revenge of the Sith), la percezione di assistere a un evento più unico che raro era evidente e palpabile – fidatevi di uno che aveva sette anni all’epoca (era il mio primo Star Wars in sala) e che si ricorda di quanto tutti, nonostante tutto, fossero ancora innamorati persi della serie. Questa rilevanza culturale e commerciale si rese ancora più evidente con il colossale trionfo al botteghino, dieci anni più tardi, di Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens, J. J. Abrams), un Moloch d’incassi in grado di far affluire alle casse Disney, neo-proprietaria di Lucasfilm, oltre due miliardi di dollari. Il franchise era vivo, la passione dei fan, grandi e piccini e indipendentemente dalla qualità o dalla ricezione (comunque buona) del film, era stata riaccesa e divampava, mentre Bob Iger e Kathleen Kennedy, rispettivamente il CEO di Disney e la leggendaria produttrice all’epoca presidente di Lucasfilm (è notizia molto fresca la sua decisione di abbandonare l’incarico, dopo quattordici anni di carriera), si sfregavano le mani soddisfatti, convinti di aver intrapreso la strada giusta e di poter sfruttare appieno questa gallina dalle uova d’oro sulle tanto amate guerre stellari. 

Eppure, fu il loro cantar vittoria troppo presto (semplificando, naturalmente hanno contribuito tanti altri fattori) a contribuire all’allentamento della presa straordinaria del franchise sulla cultura popolare. In pochi anni di gestione Disney di Lucasfilm, il mercato cinematografico e televisivo venne saturato di prodotti a tema Star Wars. Tenete a mente che i tre film originali erano usciti in un periodo di sei anni, dal 1977 al 1983, e la stessa finestra distributiva, tra il 1999 e il 2005 (e quindi dopo più di quindici anni dall’uscita dell’ultimo film della original trilogy), venne adottata dai prequel. Il pubblico, i fan e la critica avevano tempo di “respirare” tra un’uscita e l’altra, in quanto momentaneamente placati della loro sete di Star Wars e liberi sia di discutere (termine fin troppo diplomatico, nel caso della saga sarebbe più appropriato dire scannarsi) del film appena uscito, sia di fruire di altri prodotti, lasciando nel frattempo ai capitoli dell’opera di Lucas la facoltà di assestarsi in pianta stabile nell’immaginario collettivo internazionale. 

Con Disney non fu così, per ammissione stessa di Iger, il quale ha recentemente confermato che la loro gestione peccò di “too much, too fast”, cioè di troppi prodotti in troppo poco tempo che resero un fenomeno concreto la cosiddetta Star Wars fatigue”, l’affaticamento da Star Wars. Dal 2015 al 2019, furono rilasciati cinque film della saga, contando gli spin-off; e non solo, dal 2019 abbiamo assistito a un trasferimento pressoché totale, motivato anche dal drammatico flop al botteghino di Solo: A Star Wars Story (Ron Howard, 2018), del franchise sulla nuova piattaforma di streaming Disney Plus, la quale si inseriva a gamba tesa nelle streaming wars con Netflix e Prime Video e necessitava di contenuti originali da proporre all’interno del suo catalogo. Ed ecco quindi che, dal 2019 e in maniera ininterrotta, ogni anno sono state realizzate le prime serie in live-action di Star Wars. Indipendentemente dalla buona (The MandalorianSkeleton Crew), mediocre (Ahsoka), pessima (The Book of Boba FettObi-Wan KenobiThe Acolyte) o eccellente (Andor, correte a guardarla anche se non vi piace Star Wars) qualità dei prodotti (non si vuole qui scadere nella retorica inutile del “si stava meglio quando si stava peggio”), era evidente che il pubblico non era abituato a una presenza così costante del franchise all’interno della quotidianità. Una mole così consistente di prodotti, a cui si aggiungevano anche le serie animate tuttora in produzione, stava rendendo evidente anche ai meno attenti e agli spettatori più occasionali che la natura della serie era fondamentalmente e intimamente cambiata: Star Wars non era più la creatura generata e custodita da un artista-artigiano-imprenditore che dettava legge assoluta (se interessati a un approfondimento su Lucas e sulla trilogia prequel, vi rimando qui), ma una mucca in mano a un gruppo di dirigenti d’azienda intenzionati a mungerla fino all’osso, spremendola fino all’ultima goccia nel disperato tentativo di ricreare la magia – soprattutto economica – di un tempo; non si trattava più di un evento, di una cometa che graziava il panorama dei cinema soltanto in poche e preziose occasioni, ma di una sveglia costante e sempre più fastidiosa che ricordava al mondo che era giunta l’ora di consumare. 

Ed è qui che arriviamo a Star Wars: The Mandalorian and Grogu, uscito da poco sugli schermi di tutto il mondo e diretto da Jon Favreau. Dopo sette anni dall’ultima e disastrosa comparsa al cinema della saga, la dirigenza Disney ha scelto di affidare le sorti del destino di Star Wars sul grande schermo alla continuazione delle vicende dei protagonisti della celeberrima serie televisiva lanciata in contemporanea con Disney Plus, ovvero il cacciatore di taglie e guerriero mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal, ma molto spesso le controfigure nascoste sotto l’elmo sono Brendan Wayne, nipote del “Duke” John, e Lateef Crowder) e il suo protetto infante Grogu, ai tempi universalmente e impropriamente noto come “Baby Yoda”. 

Ormai impiegato prevalentemente dalla Nuova Repubblica per dare la caccia ai rimasugli della leadership del defunto Impero Galattico, il Mandaloriano riceve dal colonnello Ward – una Sigourney Weaver che si apprezza sempre e comunque, ma che riceve uno screentime estremamente limitato – una missione delicata: salvare Rotta the Hutt (Jeremy Allen White), figlio del defunto gangster Jabba, e riportarlo sano e salvo dai suoi zii, i quali come ricompensa, oltre a un discreto e mai dannoso pugno di dollari, divulgheranno alla Nuova Repubblica l’identità e la posizione di Coin, un misterioso signore della guerra imperiale. Le cose si complicheranno quando Rotta rivelerà che l’uomo che lo sta impiegando come prigioniero e gladiatore, lord Janu (Jonathan Coyne), altri non è che Coin; non solo, gli zii dell’Hutt desiderano riavere Rotta soltanto per assassinarlo, poiché lo vedono come una minaccia nei confronti della loro leadership in quanto legittimo erede di Jabba. Mando e Grogu, dunque, decidono di salvare Rotta senza passare per il tramite dei gemelli crudeli, i quali, comprensibilmente, non la prendono benissimo e per vendicarsi ingaggiano un altro cacciatore di taglie, Embo, già comparso nella serie animata Star Wars: The Clone Wars – e non è il solo: lo stesso Rotta aveva esordito, in versione animata, baby e sul grande schermo, nell’omonimo film del 2008 diretto da Dave Filoni, nuovo presidente di Lucasfilm e qui produttore, co-sceneggiatore e interprete di una piccola parte, quella del pilota Trapper Wolf. 

La storia si ripete due volte, diceva un simpatico tedesco barbuto rielaborando Hegel, la prima come tragedia e la seconda come farsa. La prima tragedia fu quella del film animato del 2008, un collage mal realizzato, senza capo né coda e noioso di più episodi di una serie televisiva dove bisognava trarre in salvo Rotta the Hutt. La seconda, la farsa, è quella di questo The Mandalorian and Grogu, che condivide la stessa natura, seppur in live action e con una discreta differenza di budget e intenzioni, con il disastro animato di quasi vent’anni fa. La grande scommessa di Disney si è concretizzata in un’avventura della domenica dalla bassissima posta in gioco, una rielaborazione – suppongo con ragionevole certezza – della quarta stagione di The Mandalorian

La riformulazione di una narrazione televisiva in una cinematografica reca con sé diversi problemi, innanzitutto di ritmo: la natura episodica dell’intreccio fa sì che le medesime strutture narrative si propongano e si risolvano ogni venti minuti, in un saliscendi nauseabondo che non solo non mantiene alta la tensione, che è del tutto inesistente (chiunque creda che Mando, Grogu e persino Rotta siano mai stati seriamente in pericolo sicuramente non ha più di cinque anni), ma accoglie a braccia aperte un tedio che si prolunga per tutta la durata del film. L’essenza televisiva “compressa” di questo prodotto va a danneggiare anche i personaggi: dato che la sceneggiatura dà per scontato che il pubblico conosca già Din e il suo piccolo e verde figliolo adottivo, sceglie di non sprecare tempo prezioso (sia mai che si levi spazio alle scazzottate) che sarebbe stato gradito non tanto per introdurli, ma per dedicare loro spazio di approfondimento e introspezione, di crescita e rapporto reciproco. Terminata la visione, i personaggi che abbiamo imparato ad amare o sopportare con la serie TV non sono affatto cambiati, non hanno affrontato avversità o situazioni che li hanno costretti a crescere e maturare. 

La piattezza della trama e il fatto che Favreau, Filoni e compagnia abbiano inspiegabilmente scelto di puntare su una storia priva di rischi rendono quella che poteva essere un’avventura in grado di fortificare questi personaggi una carrellata di azione videoludica ininterrotta, dove non c’è tempo per la riflessione e per l’evoluzione, ma soltanto per un apparente dinamismo facile, immediato e vendibile. La mia delusione significa forse che mi aspettassi l’introspezione di Andrej Rublëv da un blockbuster di azione fantascientifica, dove l’intrattenimento (come sempre in Star Wars) dev’essere al primo posto? Naturalmente no. Tuttavia, il grande cinema d’intrattenimento, hollywoodiano e non, ci ha sempre insegnato che il pubblico si diverte di più se dietro all’azione ci sono personaggi che amiamo, storie entusiasmanti e spunti di riflessione anche elementari. The Mandalorian and Grogu è un film a cui non solo mancano personaggi e trama, ma che è fuori tempo massimo, in quanto pensato per cavalcare l’onda di una serie amata e di successo, certo, ma la cui ultima stagione (peraltro ricevuta peggio dalla critica e dal pubblico rispetto alle prime due) è uscita ormai tre anni fa – che nella cultura della stimolazione costante, del consumo usa e getta e del brevissimo intervallo di attenzione corrispondono a tre secoli. 

Sull’azione intendo soffermarmi per poco, a differenza del film. The Mandalorian and Grogu passa almeno tre quarti dei suoi tediosi centotrentadue minuti a concentrarsi sulle “scazzottate” e pistolettate – e ripeto, non sarebbe un dramma se ci fosse qualcos’altro al di sotto e se le suddette fossero perlomeno esaltanti. L’emozione è del tutto assente tanto nelle lunghe sequenze quanto nello spettatore, che subisce impotente l’ennesimo combattimento con il mostrone o il cattivone di turno chiedendosi cosa sia andato così storto per passare dai fasti de L’Impero colpisce ancora (The Empire Strikes Back, Irvin Kershner, 1980) al match di wrestling sudaticcio e viscido tra i lumaconi eredi di Jabba. 

Lo standard tecnico, non mi si fraintenda, è alto: Favreau è un buon regista di mestiere che sa mettere a frutto sapientemente il suo budget; è difficile che il problema principale di ciò a cui assistiamo consista in una manchevolezza tecnica o nella scarsa qualità di un effetto speciale. Proprio come nella serie TV, effetti speciali pratici e digitali vengono utilizzati in maniera ottima, e le creature aliene, dal negoziante Ardenniano doppiato da Martin Scorsese (costretto a partecipare con l’inganno o il ricatto, suppongo) al gigantesco drago-serpente che abita la fossa degli Hutt su Nal Hutta, vantano un design strepitoso. Il problema, ripeto, è che ciò che vediamo è piatto, senza un briciolo di cuore o anima, dalla regia televisiva fatta di campi medi a una fotografia piatta e uniforme, dove la profondità di campo è assente o irrilevante e dove non c’è mai un guizzo che lasci intravedere un intento artistico oltre al desiderio di portare a termine il compitino. La progressione videoludica della vicenda, che vede Mando, Grogu e alleati passare di combattimento in combattimento con cattivi sempre più impegnativi, lascia presto spazio a una noia che nemmeno le ottime musiche di Ludwig Göransson, il quale è l’unico che pare abbia voglia di sperimentare in The Mandalorian and Grogu, riescono a far passare. 

Star Wars, nella sua natura di evento, non ha mai lasciato indifferenti. Nei suoi alti e nei suoi bassi, si è sempre distinto come una saga dalla forte e intrinseca attrattiva. Si andava a vedere Star Wars con l’emozione di chi sa che, nel bene o (più probabilmente, ahimè) nel male, sarebbe stato catapultato nella magica galassia lontana lontana, in un vero e proprio spettacolo d’attrazione quasi da cinema delle origini. The Mandalorian and Grogu ha definitivamente smarrito questo tratto fondamentale del franchise. Il desiderio di vendere e di far consumare prodotti di un marchio non è più la conseguenza naturale e più che gradita del film, ma il motivo per cui il film viene realizzato. A dirigerlo non c’è più un miliardario creativo e geniale dalle tendenze dittatoriali, con un innato spirito imprenditoriale e una poetica chiara, ma un esecutore zitto e buono di decisioni che provengono dall’alto manageriale. Pur non riuscendo a sottrarre lo scettro di ciofeca per eccellenza della saga dalle grinfie di Star Wars: L’ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker, J. J. Abrams, 2019), The Mandalorian and Grogu è il secondo film peggiore della serie in quanto vuoto, innocuo, amorfo

E ora si aspetta Shawn Levy per il colpo di grazia… 

Autore

  • Giovanni "Fusco" Pinotti

    Tanto tempo fa (il 1998), in una galassia lontana, lontana (la Lombardia), nasceva Giovanni “Fusco” Pinotti, detentore dell’onore e dell’onere di essere co-direttore e caporedattore della rivista Le Voyage Dams la Lune. Tra le sue passioni cinematografiche figurano il western, la fantascienza, l’horror gotico, il tridente Leone-Eastwood-Morricone, Akira Kurosawa ed Elio Petri. Quando non scrive o parla di settima arte, è impegnato ad ammorbare i suoi conoscenti con filippiche marxiste o a giocare con il suo cane Ben.

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