MUTO
Alle origine dell’home invasion
di Alessandro Capecci
Nel cinema thriller e in particolare nell’horror, soprattutto negli ultimi venticinque anni, uno dei sottogeneri più prolifici e inquietanti è stato quello dell’home invasion. Gli elementi canonici, così come per il gore o il mockumentary, sono pochi e facilmente identificabili: una coppia, una famiglia o una singola persona vengono assediate nella propria abitazione da uno o da un certo numero di criminali, intenzionati ad intrufolarsi nella casa per rubare, ferire, uccidere o rapire i suoi abitanti, con o senza una ragione. Le varianti delle dinamiche possono poi essere numerose: i criminali possono lentamente apparire all’esterno, per spaventare i personaggi protagonisti, oppure accedere facilmente attraverso l’inganno; possono indossare maschere o costumi, legati ad un preciso evento o festività; possono isolare le vittime in diverse modalità, chiudendole in camere separate o tagliando i fili della corrente o del telefono.
Gli esempi cinematografici, dal Duemila ad oggi, sono estremamente numerosi ed eterogenei tra di loro, sintomo di una natura accattivante per gli spettatori contemporanei. Solo per citarne alcuni, vi è il celebre Panic Room (David Fincher, 2002) o il remake statunitense di Funny Games (Micheal Haneke, 2007), l’esempio da manuale di The Strangers (Bryan Bertino, 2008) e, con un’evidente moltiplicazione a partire dagli anni Dieci, vi sono You’re Next (Adam Wingard, 2011), La notte del giudizio (The Purge, James DeMonaco, 2013), Hush – Il terrore del silenzio (Hush, Mike Flanagan, 2016), I See You (Adam Randall, 2019) e tanti altri. È decisamente sorprendente, dunque, scoprire come la presunta origine di questo sottogenere coincida – quasi – con l’origine del cinema stesso e con la produzione di uno dei registi più innovativi della sua storia.

Nel 1909, David Wark Griffith realizza The Lonely Villa, nello stesso anno di A Drunkard’s Reformation e prima del massiccio e controverso Nascita di una nazione (The Birth of a Nation, 1915). Il film – dalla durata di circa dodici minuti, tipica dell’epoca – segue il pomeriggio di tensione di una famiglia borghese. Moglie, marito e le loro tre figlie – di cui una interpretata da una giovanissima Mary Pickford, futura diva del muto – si trovano soli nella propria casa di campagna, dopo che i domestici sono andati via; in seguito alla loro uscita, la famiglia riceve la visita di un uomo misterioso, che invita il padre in centro città ad un appuntamento in realtà inesistente. L’uomo in questione fa infatti parte di un gruppo di banditi nascosti fuori dall’abitazione, che attendono il momento giusto per penetrare nella casa e aggredire le bambine e la donna, allo scopo di rubare i gioielli di questa. Il piano dei criminali sembra riuscire per il meglio, ma la caduta della linea telefonica tra la moglie terrorizzata e il marito in città fa insospettire quest’ultimo, che, grazie all’aiuto della polizia, riesce a tornare a casa in tempo e salvare le donne dalla violenza dei banditi.
Tralasciando il messaggio ideologico del film – la moglie incapace di salvarsi da sola, il male saviour espressione di un’America patriottica e mascolina – The Lonely Villa contiene in nuce tutti gli elementi che diverranno canonici nel sottogenere dell’home invasion e innovazioni tecniche che si distaccano dal cinema delle attrazioni. In primo luogo, tra queste, l’utilizzo del montaggio alternato. Timidamente accennato da Edwin S. Porter in Life of an American Fireman (1903), Griffith utilizza già ampiamente il montaggio alternato, mostrando come il cinema abbia le capacità di rappresentare due azioni che si svolgono contemporaneamente, nello stesso istante, ma messe in atto da personaggi differenti in luoghi separati. Qui, in aggiunta, la scelta di montaggio diviene espediente contributivo alla tensione narrativa: assistere ai criminali che scassinano la porta di casa e nell’inquadratura successiva alla moglie e alle bambine confuse e spaventate genera ancor di più nello spettatore un sentimento di ansia crescente, come se anch’esso si ritrovasse assediato in quel momento; allo stesso modo, la sequenza della conversazione telefonica, in cui in un’inquadratura vediamo la donna disperata e in quella seguente suo marito che non capisce cosa stia accadendo, prima che il loro scambio venga interrotto.

L’ambientazione stessa – la villa solitaria – e la recisione della linea del telefono sono due elementi portanti del terrore veicolato dai film home invasion: scegliere un’abitazione isolata, magari in aperta campagna, incrementa la difficoltà o addirittura l’impossibilità da parte dei personaggi di chiedere aiuto ad altri, come accade in You’re Next, mentre ne La notte del giudizio si immagina una notte in cui tutti i crimini sono impuniti, superando l’ostacolo dell’isolamento. Se poi le vittime si scoprono incapacitate a contattare anche a distanza qualcun altro – gli horror contemporanei hanno introdotto nel genere l’improvvisa assenza di campo nelle dinamiche di tensione, a seguito dell’avvento degli smartphone – la condanna appare definitiva. Tuttavia, c’è sempre la possibilità di un “salvataggio all’ultimo minuto”. Introdotto nel cinema proprio da Griffith ed utilizzato anche in Nascita di una nazione, l’espediente narrativo del “salvataggio all’ultimo minuto” permette il mantenimento della tensione fino alla fine della storia, seguito dal suo istantaneo scioglimento e da una conclusione positiva per i protagonisti, a patto che essi siano ancora vivi. Se in The Lonely Villa e Panic Room il marito e la polizia riescono a salvare, rispettivamente, il resto della famiglia e i personaggi di Jodie Foster e Kristen Stewart, in altri casi i soccorsi non arrivano o sopraggiungono troppo tardi, come spesso accade nei film del New French Extremity Horror come Inside – À l’intérieur (À l’intérierur, Julien Maury e Alexandre Bustillo, 2007) e Martyrs (Pascal Laugier, 2008).

Si può capire, in conclusione, la sorpresa e l’entusiasmo nello scoprire che l’origine del sottogenere dell’home invasion, che ancora oggi terrorizza gli spettatori contemporanei per la sua capacità nel rappresentare l’invasione e il turbamento dell’equilibrio del safe space per eccellenza – la propria casa –, si ritrovi in un film uscito al cinema più di cento anni fa.

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