THE HISTORY OF SOUND – SULLE NOTE DI UN AMORE

NUOVE USCITE

“Sound is invisible. But it can be physical: it can touch something, it can make an impression”

di Iris Cetrulo

Non è facile entrare in The History of Sound. Non perché sia complesso, ma perché sembra non voler davvero farsi afferrare. Ti tiene a distanza, come un suono che percepisci appena ma non riesci mai a mettere a fuoco. E per gran parte della visione, quella distanza resta.
Il film di Oliver Hermanus è l’adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Ben Shattuck (autore anche della sceneggiatura) ed è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes del 2025 in concorso per la Palma D’Oro.

Lionel (Paul Mescal) è un talentuoso cantante della campagna kentuckyana del primo Novecento. Durante gli anni di studio al Conservatorio di Boston, conosce David (Josh O’Connor), uno studente che lo invita a partire con lui verso l’America rurale con l’obiettivo di registrare i canti popolari destinati a svanire. Tra una melodia e un silenzio nasce un amore trattenuto che sembra non trovare mai posto per esprimersi completamente. In questo senso ricorda molto I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (Brokeback Mountain, 2005), come se ne fosse un’eco, con la stessa difficoltà di vivere liberamente l’amore.

The History of Sound, che si muove lungo una linea narrativa volutamente rarefatta, ha un’intenzione chiara: costruire un’esperienza più sensoriale che narrativa, dove il suono diventa archivio emotivo e il silenzio acquista un peso significativo. Tuttavia, questa scelta finisce spesso per rendere il film più contemplativo che coinvolgente. La regia insiste su tempi troppo dilatati. I paesaggi sono evocativi, le inquadrature curate e il lavoro sul suono è indubbiamente uno degli elementi più riusciti: il fruscio, le voci, le imperfezioni delle registrazioni costruiscono un tessuto sensoriale coerente e raffinato. Ed è proprio qui che il suono sembra prendere una forma fisica. Ma tutto questo, a tratti, rimane in superficie, come se mancasse una vera urgenza emotiva capace di trascinare lo spettatore dentro il film.

Un altro punto forte del film sono le interpretazioni ben riuscite. Paul Mescal, nei panni di Lionel, sprigiona una presenza intensa e magnetica, confermando il suo talento dopo Aftersun (Charlotte Wells, 2022) e Hamnet – Nel nome del figlio (Hamnet, Chloé Zhao, 2025). Il David di Josh O’Connor appare inquieto e vulnerabile, segnato anche dall’esperienza della Prima guerra mondiale. Il rapporto tra i protagonisti è delicato, costruito nei margini e proprio per questo rischia di restare troppo sfumato. Ci sono momenti in cui si intuisce una profondità possibile, un’eroticità trattenuta che potrebbe esplodere o almeno vibrare con più forza, ma il film sceglie sistematicamente di non arrivarci mai del tutto.

Eppure, ridurre The History of Sound a un esercizio freddo sarebbe impreciso. La pellicola cerca di raccontare non tanto una storia, quanto i vuoti che la circondano. Molti spettatori hanno percepito questa distanza come mancanza di passione, ma si potrebbe anche intendersi come una scelta precisa. Il film è interessato a ciò che non accade, a ciò che non può essere detto o vissuto apertamente. In questo senso, emerge una dimensione profondamente queer. Per molto tempo, la storia della comunità LGBT è stata proprio questo: sguardi rubati, viaggi nascosti, linguaggi indiretti, interruzioni. Una vita costruita nei margini, dove spesso erano i ricordi — o persino le fantasie — a riempire ciò che la realtà negava.

Hermanus prova a mettere in scena esattamente quei vuoti, trattandoli non come mancanze da colmare, ma come luoghi da abitare. E come il suono che tenta di catturare, anche questa identità resta invisibile ma tangibile: non si vede mai del tutto, si percepisce e vibra sotto la superficie. Lo spettatore non può pretendere di entrare in una relazione così intima: può solo sfiorarla, proprio come i due amanti, che la vivono sempre sul punto di perdersi. Il problema è, appunto, che questa coerenza concettuale non sempre si traduce in coinvolgimento.

Alla fine però ciò che rimane è una sensazione ambivalente: ammirazione per un’operazione elegante e delicata e, insieme, il desiderio che, almeno per un momento, il film avesse smesso di sussurrare per farsi davvero sentire.

Autore

  • Ha studiato al liceo scientifico e ora frequenta il DAMS. Grande appassionata di cinema e buona musica. Nei film, la prima cosa che nota è la fotografia. Ama i dettagli, le luci, i colori. Crede che ogni inquadratura racconti una storia. La musica accompagna le sue emozioni e ispira il suo sguardo creativo.


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