STO PENSANDO DI FINIRLA QUI

TECNICA

Come ha fatto Charlie Kaufman a strutturare una solida narrazione multilivello?

di Sibilla Bissoni

Charlie Kaufman è senza ombra di dubbio uno degli sceneggiatori più conosciuti e riconosciuti del cinema nordamericano contemporaneo. Nonostante la sua carriera non sia segnata da uno stacanovismo inteso come iper-produzione di opere, il suo percorso creativo e professionale ha delineato una personalità artistica premiata (sia a Venezia che con l’Oscar) e ineccepibile, grazie a film divenuti iconici di cui firma la sceneggiatura come Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Michel Gondry, 2004) e Il ladro di orchidee (Adaptation., Spike Jonze, 2002), e ai lungometraggi scritti e diretti da lui come Anomalisa (2015) e – appunto – Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things, 2020), tratto dall’illuminante romanzo di Iain Reid.

La presenza di Kaufman all’interno delle opere che dirige e/o firma è forte e stabile. Ci ha sempre tenuto a precisare che dalle fasi embrionali alla post-produzione dei lungometraggi a cui ha partecipato, anche solo come sceneggiatore, lui ha preso parte attivamente con il proposito di non perdersi nessun dettaglio. Questo, ovviamente, fa comprendere come la paternità e l’affezione al prodotto artistico che nasce dalle sue idee sia un fatto più viscerale che meramente pratico.

In Sto pensando di finirla qui, Kaufman compie probabilmente uno sforzo che riguarda gli aspetti più perturbanti dell’animo spirituale umano. Se in Anomalisa aveva confezionato uno stop-motion assurdo (nel senso più positivo e meritevole del termine), nel suo film uscito per Netflix nel 2020 – se possibile – lo sceneggiatore-regista newyorkese compie uno scavo ancora più profondo in un complicato multi-livello narrativo.

Il lungometraggio racconta di un viaggio contemporaneamente reale e mentale in cui Jake (un disturbantissimo Jesse Plemons) e la sua fidanzata (una favolosa Jessie Buckley, che recentemente ha vinto l’Oscar per l’acclamato Hamnet) si mettono in automobile con l’intento di raggiungere la casa dei genitori di lui per presentarli alla sua nuova ragazza. I due protagonisti arriveranno nella fantomatica casa d’origine di Jake, dove però le cose non sono assolutamente come sembrano inizialmente.

Mi piacerebbe dividere la narrazione in tre livelli principali, come se ci trovassimo una palazzina costruita su tre piani (un seminterrato, un piano terra ed un primo piano), proprio come la casa di campagna di Suzie (Toni Collette) e Dean (David Thewlis), ossia i genitori di Jake nel film.

Il primo piano

Questo livello di interpretazione della struttura imbastita da Kaufman è letteralmente ciò che appartiene al mondo del visibile, quindi quello che superficialmente vediamo sullo schermo. Si tratta della storia di due fidanzati che vanno in macchina ad una cena di famiglia per niente speciale – qualcosa di usuale, insomma.

Quello che deduciamo qui è che il titolo stesso del film sia un riferimento diretto alla volontà latente del personaggio della Buckley di interrompere la relazione romantica con Jake, ed il perché non è chiaro. Lui forse è troppo noioso oppure troppo complesso e a lei non interessa più indagare. Il viaggio in auto è lungo e si parla di tante cose, tutte vaghe o comunque stranamente dibattute dai due interpreti. La fidanzata di Jake comincia a ricevere chiamate sul suo smartphone e ogni volta cominciamo a comprendere che a chiamarla sono tutti i nomi femminili con cui la chiama lo stesso Jake.

Quindi, ricapitolando, Jake continua a chiamare la sua ragazza in modo differente mentre ci sta parlando e lei continua ricevere chiamate. Chi la chiama? Sempre dei contatti con il nome femminile con cui Jake si sta riferendo a lei in quel momento.

A questo livello di narrazione, tutto ciò che ho appena descritto ci fa dedurre semplicemente una confusione generale: da parte della coppia e dei due individui che la compongono.

Arrivati alla fantomatica casa dei genitori di lui, le cose si fanno più complicate; la cena procede quasi normalmente, se non fosse per tanti piccoli dettagli – che si faranno mastodontici con l’avanzare della storia – che ci disturbano, che non sono per niente consueti. Siamo qui costretti dalla spinta del regista-sceneggiatore a procedere verso il piano terra.

Il piano terra

Non ho fatto cenno ad una narrazione secondaria che in realtà il film porta avanti sin dall’inizio. Non me ne sono dimenticata – semplicemente, sin dall’inizio lo spettatore più ferrato lo assocerà a qualcosa che pienamente visibile non è. Siamo arrivati al piano terra, il livello narrativo dell’interpretabile.

Alternate al viaggio in auto dei due protagonisti, e così a seguire fino al termine della visione, vi sono scene della vita quotidiana di un anziano bidello, con gli occhiali dalle lenti spesse e un’aria molto smarrita. Lo vediamo fare colazione, pulire i corridoi della scuola e anche – pietosamente – nelle vesti di bersaglio dei giovani studenti bulletti. Cosa c’è che non va in queste scene? La risposta più immediata è che c’è una sensazione che Kaufman fa trasparire forte e chiara proprio da esse: un imbarazzo quasi straziante, costellato da colori scialbi ed indifferenti.

Nel frattempo Jake e la sua ragazza sono, come dicevo prima, arrivati a casa dei genitori di lui. Ed ecco che avremo l’onore di assistere ad una cena dove nessuno mangia veramente. Parte qui il vortice che esula sempre di più da ciò che l’occhio può inviare alla parte razionale del cervello.

I genitori sono inopportuni e sempre più kafkiani; la Buckley, parlando con loro, in ogni discorso che inizia cambia personalità, obiettivo di vita e mestiere; Jake sembra acquisire punti di instabilità mentale ogni minuto in più che si passa a tavola e in quella casa in generale. Comincia il delirio? Non esattamente. Stiamo solo scendendo i gradini verso il seminterrato.

Ma cosa può raccontarci ancora questo livello? Kaufman prova (e riesce) a costruire la sua regia interamente sulla scrittura. Ovviamente le immagini proposte e i volti degli attori sono fondamentali a questo scopo, ma in realtà è interessante guardare alla situazione come se fossero le stesse parole che compongono i dialoghi deliranti e complicati del film a sorreggere (come delle fondamenta) la casa a più piani con cui sto descrivendo il multi-livello narrativo.

I genitori di Jake poi procederanno a cambiare – letteralmente e non in ordine cronologico – età in ogni scena girata dentro alla casa e l’occhio meccanico della macchina da presa si rivolgerà prepotentemente sempre di più verso la porta graffiata che conduce in cantina… Cosa ci racconta tutto questo? Ecco che è qui che allo spettatore viene chiesto uno sforzo interpretativo; è infatti sempre più palese che ciò che vediamo non è parte del regno del visibile. Va tutto ragionato ed interpretato: forse siamo nella mente di Jake, forse è un delirio che si rifà ad un ardito fuond-footage della sua vita.

Il seminterrato

Il delirante tempo riservato a ciò che accade dentro alla casa che viene sviscerata in questo film ha comunque una sua conclusione, ma il film continua. I due personaggi principali si avvieranno di nuovo in macchina sulla via del ritorno, ma in realtà si fermeranno prima in un chiosco di gelati tipico stile USA anni Cinquanta; Jake, poi, insisterà per tornare nel suo vecchio liceo e farlo vedere alla sua fidanzata, tutto ciò mentre imperversa una tempesta di neve. E tra dialoghi veramente spaventosi e situazioni che non nascondono un velo di inquietudine, arriveremo ad un finale scoppiettante: un pot-pourri di musical, teatro in terza persona ed animazione al rotoscopio.

Dove siamo finiti? Kaufman ha ancora il controllo in questa fase? Assolutamente sì. Siamo solo finiti nel regno del rimosso, che non si può vedere e non si può interpretare, bensì solo percepire. La mente di Jake è infatti stata esplorata e grazie a questo lo spettatore può dedurne la corrosione e lo sfinimento sincero – di razionale non c’è più nulla. Non ci resta di entrare nel suo più recondito inconscio, dove tutto ha tanti altri livelli di interpretazioni, dove le metafore si aprono in infiniti ventagli di suggestioni, dove il genio letterario e creativo del padre di questa magistrale opera viene a galla. Questo non è più solo un film nel suo finale: diventa una poesia poliedrica ed urlante sulla solitudine, sull’isolamento, sull’odio verso il presente e sulla depressione.

Resta solo una domanda che vi voglio porre ora: chi era quel vecchio bidello?

Se non avete visto questo film, correte subito a recuperarlo. Non è una visione facile, alla prima volta lascia quasi sempre più interdetti che piacevolmente stupiti. Spero, con questo articolo, di avervi dato una piccola guida per affrontare i tre piani di narrazione principali in Sto pensando di finirla qui e anche, perché no, per costruire altri piani voi stessi, come credo sia essenziale quando si guarda un’opera così indimenticabile.

Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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