SOFIA COPPOLA E IL VALORE INTIMISTICO DELLA MUSICA

This entry is part 29 of 35 in the series N8 2025

MUSICA

Di Silvia Appollonio

Quando si pensa a Sofia Coppola, ricorre spontanea l’idea di una sorta di nepotismo, poiché risulta impossibile trascurare il nome di suo padre, Francis Ford Coppola. Tuttavia, nonostante l’adozione di questo pensiero da buona parte della critica cinematografica, la regista ha saputo coltivare – fino a far emergere – la sua passione dietro l’obiettivo, prima fotografico e poi cinematografico, disancorandosi pian piano dal peso di quel grosso cognome che la teneva legata ad aspettative troppo boriose e affermando una voce autoriale autonoma. 

La sua carriera ha preso forma a partire dalla regia di alcuni videoclip musicali per band indie di una certa fama come The Flaming Lips e i Sonic Youth. In particolare, il frontman di questi ultimi, Thurston Moore, ha permesso a Sofia Coppola di entrare in contatto con le sue capacità dietro una cinepresa, avendole donato lo strumento che le ha permesso di scrivere la sua prima sceneggiatura: il romanzo di Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide (The Virgin Suicides, 1993). Affascinata da quella tenerezza malinconica adolescenziale e dall’idea quasi fiabesca della morte, la stessa Coppola afferma di dover molto a quel romanzo, che ha segnato un punto di inizio nel suo lavoro di sceneggiatrice e che ha, inevitabilmente, influito sulla sua sensibilità artistica.  

Nelle sue pellicole, in effetti, è possibile percepire un movimento silenzioso e malinconico che rimane sospeso nel tempo indecifrato dei mondi da lei costruiti, ondeggia sinuosamente tra i suoi racconti e traccia uno spazio tra la solitudine e il languore che caratterizzano i personaggi e il dinamismo irraggiungibile che li sovrasta attorno. Questo movimento viene perfettamente ricamato dalla scelta musicale che la regista compie per creare un filo conduttore tra lo spettatore, le emozioni e gli stati d’animo in cui si trovano coinvolti i personaggi: la musica, nella filmografia di Sofia Coppola, non costituisce altro che una ben delineata rappresentazione di ciò che i personaggi provano, sentono – per lo più nostalgia, solitudine e alienazione – creando un vero e proprio ambiente emotivo che supera la necessità delle parole, traducendosi in una seconda voce narrante invisibile, solitamente più efficace e introspettiva dei dialoghi stessi.  

Ne Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999), Sofia Coppola utilizza la colonna sonora del duo francese Air, in particolare il brano dal tono delicato Playground Love che fa da sfondo a molte scene, come uno dei fondamentali strumenti di narrazione, con l’intento di spalancare una finestra sulla dimensione intimo-emotiva delle sorelle Lisbon, traducendo dolcemente il carattere malinconico dei loro desideri inaccessibili. In questa pellicola, infatti, sono presenti sonorità caratterizzate da sfumature eteree ed oniriche, quasi contrastanti con le vicende drammatiche attorno alle quali si sviluppa la trama, ed evocano un’atmosfera in grado di trascendere lo spazio e il tempo, donando allo spettatore – oramai assorto – la sensazione di un isolamento malinconico e di una fragilità profonda rispetto al mondo circostante che contraddistingue la vita non proprio adolescenziale delle cinque sorelle.  

Già dalle prime immagini, è possibile cogliere come la colonna sonora degli Air evochi una dimensione emotiva, in grado di mitigare e di erigere un distacco dall’austerità dell’ambiente domestico imposta dai genitori Lisbon, lasciando trasparire la necessità delle giovani ragazze di lasciar fluire il loro celato desiderio di una libertà giovanile. Un esempio è rintracciabile nella scena del tentato suicidio di Cecilia, in cui la musica non colloca lo spettatore in una posizione di disarmante drammaticità, come ci si aspetterebbe, ma lo accompagna verso una chiave di lettura più intima e un’atmosfera sospesa, mostrandogli come quel gesto tragico altro non è che il risultato di un malessere profondo e radicato da tempo nella vita delle sorelle.  

Sofia Coppola fa un utilizzo della musica estremamente meticoloso, generando un vero e proprio narratore sonoro che mostra ciò che le immagini, da sole, non possono comunicare del tutto: quel costante desiderio sospeso nel vuoto, quel senso di curiosità che i ragazzi del quartiere nutrono nei confronti delle giovani, eteree ai loro occhi. In particolare, questa fitta “rete musicale” fa da sfondo ad una delle scene più poetiche del film, che è quella in cui i ragazzi e le sorelle comunicano, finalmente, attraverso una serie di dischi suonati reciprocamente dall’altra parte della cornetta telefonica, trascendendo le parole. In questa sequenza, la regista ci mostra come la musica sia a tutti gli effetti parte integrante del film, costruendo quel legame emotivo atteso con eguale intensità tanto dalle ragazze quanto dai ragazzi. Allo stesso modo, nella scena finale gli Air riemergono attraverso un suono per lo più meditativo, che non si preoccupa di delineare la tragedia, ma catapulta l’osservatore direttamente nella memoria dei ragazzi divenuti adulti che ricordano le sorelle Lisbon come figure mai decifrate, incorniciate da capelli color miele e racchiuse, eternamente, in un mistero destinato a rimanere tale.  

Un altro film in cui emerge chiaramente l’importanza della scelta musicale come componente integrante è Marie Antoinette (2006). In questo caso – come gli altri in fin dei conti – si tratta di un vero e proprio progetto narrativo e soprattutto estetico, in cui la musica non coincide affatto con il periodo storico della narrazione in questione: è una presa di posizione, quella da parte della regista, anti-storicista e anti-classicista, con l’intento di affrancarsi dalla visione cinematografica museale. Si può dire, effettivamente, che l’intento risulta ben riuscito. La selezione dei brani è extradiegetica, ovvero non appartiene al mondo dei personaggi: brani post-punk, new wave e synth-pop al posto della musica barocca tradizionale, che permettono di discostarsi dal piano realistico e creare un punto di vista emotivo attraverso il quale tradurre le emozioni interiori di Maria Antonietta, rendendole comprensibili allo spettatore contemporaneo, come se si trattasse di una ragazza appartenente a qualsiasi epoca.  

Il tutto diviene esplicitamente comprensivo attraverso la scena iniziale del film, che si apre con il brano “Natural’s Not In It” della band post-punk britannica del 1979, Gang of Four. Con questo brano, Sofia Coppola suggerisce immediatamente che non si tratta del solito film in costume tradizionale e che non ci si deve aspettare il realismo storico, ma piuttosto un’esperienza emotiva, presentando la regina quasi come un’icona pop. La canzone in questione risulta essere ideale per questo scopo: tratta, infatti, tematiche quali la pressione sociale, norme che soffocano la spontaneità e la repressione dei desideri. Tutto ciò a cui Maria Antonietta era costretta: non le era concesso di essere “naturale”.  

Un’altra scena iconica è strutturata sulla base di “I Want Candy” dei Bow Wow Wow, che costituisce un vero e proprio video clip all’interno del film, incarnando la fase più edonistica e consumistica della vita di Maria Antonietta. Coppola sceglie questo brano per enfatizzare i sensi, il piacere e la gioiosità del tutto superficiale che la regina si ritrova ad esperire durante le sue prime fasi di vita a Versailles: una canzone dal tono vivacemente colorato e giocoso che incarna al meglio questo spirito concentrato sull’apparire e sul desiderio materialistico, distaccandosi definitivamente dalla monocromatica realtà storica.  

Analogamente, in Lost in Translation – L’amore tradotto (Lost in Translation, 2003) Coppola approccia la musica come strumento di narrazione e traduzione emotiva. La colonna sonora, composta principalmente da brani indie e dream pop, è destinata ad evidenziare l’aspetto psicologico e solitario dei personaggi, il loro disagio e disorientamento, la complicità che man mano si fa strada tra Bob e Charlotte. Anche in questo caso, dunque, la sua scelta musicale rappresenta un elemento chiave del film, che favorisce un’atmosfera malinconica, sognante e intimistica che trova il proprio spazio dispergendosi nella vita notturna di Tokyo; una vera e propria colonna sonora emotiva, insomma. Una delle scene più intime del film è senza dubbio quella che ritrae Charlotte spaesata nella capitale giapponese, carezzata dal brano “Alone In Tokyo” degli Air, il quale presenta un ritmo pacato e ripetitivo in armonia con la lentezza dei suoi pensieri e con il suo senso di disorientamento culturale, trasformando quella passeggiata in un momento meditativo profondo.  

Insomma, nei film di Sofia Coppola la musica costituisce un mezzo attraverso il quale le emozioni dei personaggi prendono forma, ed è capace di rendere ogni sua opera un’esperienza intensamente emotiva e poetica. È qui che emerge la sua autentica sensibilità autoriale: cattura lo spettatore e lo accompagna nella parte più profonda e riflessiva di ogni suo personaggio attraverso una danza lenta e commovente, portando alla luce lo spettro delle sensazioni e dei sentimenti che, ad ogni modo, rappresentano una costante nella vita di ogni individuo. O almeno così pare. No?

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Autore

  • Questa è Silvia, laureata in filosofia per qualche ragione a lei ancora ignota, ma con qualche domanda in più. La sua ninna nanna preferita era Roadhouse Blues dei Doors, ragion per cui desiderava essere la Jim Morrison dei giorni nostri: tentativo in cui ha fallito miseramente. Tutto ciò che le è rimasto di quell’infanzia svalvolata è la passione per l’ascolto della musica. Infatti, è lì che passa le sue giornate a collezionare dischi che ascolta mentre prepara frullati di banane e latte di mandorle, perché in fin dei conti il benessere fisico si sposa con il punk. O no? La sua ambizione, oltre a tener sotto controllo la glicemia, è quella di trasmettere l’importanza del linguaggio musicale ai presenti e ai posteri, nel tentativo di di donare un dato di bellezza a queste povere creature.

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