MUSICA
di Silvia Appollonio
Tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70, il rock diventa molto più di un semplice genere musicale: è il centro della produzione discografica dell’epoca e un vero e proprio fenomeno culturale. Sono anni di grande fermento, in cui le band iniziano a pensare agli album non più come raccolte di singoli, ma come opere complete, spesso legate da un filo narrativo. La musica diventa così anche un modo per raccontare la vita dei giovani, le loro esperienze e il loro modo di vivere il mondo.
Anche il modo di fare musica cambia: i brani si allungano, le strutture diventano più complesse e lo studio di registrazione smette di essere solo un luogo di registrazione per diventare uno spazio creativo vero e proprio. Subentra anche l’uso di strumenti nuovi, come i sintetizzatori, che aprono possibilità sonore fino a quel momento impensabili.
In questo scenario si muovono alcune delle band che hanno segnato la frammentata storia del rock: Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis, Deep Purple e molte altre, ognuna con una direzione diversa ma tutte parte di un momento di grande fermento sia dal punto di vista musicale che culturale.
Uno dei lavori di grande notorietà nato proprio in questo contesto è l’album Quadrophenia dei The Who, pubblicato il 26 ottobre 1973. L’idea prende forma a partire dalla geniale intuizione di Pete Townshend, leader e chitarrista storico del gruppo, il quale, anche grazie al suggerimento di Frank Zappa di comporre un’opera maggiormente strutturata, immagina una “rock opera” costruita come se fosse la colonna sonora di un film. Dunque, non una semplice raccolta di brani, ma una storia unica che si sviluppa dall’inizio alla fine dell’album, con l’obiettivo di raccontare qualcosa di più vicino alla vita reale, soprattutto il mondo dei giovani e la difficoltà di trovare una propria identità.

Da questa idea nasce Jimmy, un ragazzo mod nella Londra degli anni ’60, e con lui il concetto stesso di “quadrophenia”: una parola inventata unendo schizophrenia e quadraphonic. L’idea è quella di una mente divisa in più parti, come se dentro lo stesso personaggio convivessero quattro personalità – si rifanno ai quattro membri della band – diverse, spesso in conflitto tra loro: un tipo tosto, un romantico, un pazzo e un ipocrita.
Questa frammentazione non è solo narrativa, ma anche musicale. Townshend costruisce infatti quattro temi ricorrenti che attraversano tutto l’album e che rappresentano, in modo simbolico, le diverse “componenti” della storia e dei personaggi. Quadrophenia diventa così molto più di un normale disco rock: è una storia raccontata attraverso la musica, in cui ogni suono ha una funzione precisa.
Dall’album nasce successivamente l’idea di portare questa storia al cinema, dando vita al film omonimo di Franc Roddam del 1979. Nel Quadrophenia il racconto cambia prospettiva: tutto diventa più realistico e legato alla vita quotidiana di Jimmy (Phil Daniels), un adolescente che abbraccia il mondo mod e pieno di conflitti interiori, mentre la musica dei The Who non guida più la narrazione come nell’album, ma entra dentro le scene e ne segue l’atmosfera emotiva, trasformandosi in un elemento sia diegetico che extradiegetico.

Il film si apre con una scena in cui il protagonista, appunto Jimmy Cooper, cammina da solo lungo una scogliera al tramonto, accompagnata da I Am the Sea, la quale, mentre nell’album introduce i diversi temi musicali, qui assume una funzione fortemente introspettiva che ci accompagna nello stato mentale di Jimmy: frammentato, confuso, già pieno di tensioni che verranno sviluppate man mano nel film.
Subito dopo entriamo nella sua vita quotidiana e nei primi segnali di disagio, accompagnati da The Real Me. In questa fase la musica non descrive semplicemente le immagini, ma sembra quasi parlare dall’interno del personaggio stesso, mettendo in evidenza la sua difficoltà a comprendere chi sia davvero.
In relazione a questo senso di spaesamento di Jimmy e alla sua voglia di appartenenza, il regista introduce lo spettatore al mondo dei mods: una delle tante sottoculture giovanili della Londra degli anni ’60 fatta di stile, scooter – in particolare il sogno della Lambretta – abiti curati e una forte identità di gruppo. I mods non sono solo un modo di vestirsi, ma una vera e propria forma, per l’appunto, di appartenenza, costruita anche attraverso la musica soul e R&B che ascoltano nei club, la quale contribuisce a definire lo spazio culturale all’interno del quale i personaggi si muovono. In opposizione a loro vi sono i rockers, più legati al rock ‘n’ roll classico e a uno stile di vita più “grezzo”, con cui i mods entrano spesso in conflitto; ed è proprio nelle sequenze di scontro tra mods e rockers che la musica si sottrae, lasciando spazio ai rumori degli scooter, alle urla, ai cori e al caos urbano solito di una città, restituendo a chi guarda la tensione che nasce inevitabilmente da una rissa di rivendicazione e dalla perdita di controllo.

Quando Jimmy entra pienamente in questo mondo – tra scooter, uscite e locali – la musica cambia funzione. Nei club e nelle scene di gruppo non sono più i The Who a dominare, ma i brani che si ascoltano realmente nei locali: il suono diventa ambiente, qualcosa che definisce l’identità del gruppo e il senso di appartenenza.
Tuttavia, il senso di appartenenza che Jimmy insegue con tanta foga si rivela presto una fragile illusione. Il viaggio verso Brighton rappresenta il culmine di questa proiezione ideale: sulle note di 5:15, il ritmo del treno scandisce l’eccitazione di una generazione in movimento verso il proprio “campo di battaglia”. A Brighton, Jimmy vive l’ebbrezza della rivolta collettiva e l’ammirazione per Ace Face, il leader supremo dei Mod, interpretato da Sting. In quel momento, l’identità di gruppo sembra totale, solida e invincibile.
Ma il risveglio post-rivolta è brutale e segna l’inizio della parabola discendente del protagonista. Appena fa ritorno a Londra, il mondo di Jimmy si sgretola pezzo dopo pezzo: perde il lavoro, viene cacciato di casa dai genitori e scopre che la ragazza che ama lo ha lasciato per il suo migliore amico. È qui che la musica dei The Who torna a farsi introspettiva, facendosi carico di quel “disordine della personalità” che dà il titolo all’opera. La Quadrophenia, a questo punto, non è più un concetto astratto, ma il rumore di fondo di un ragazzo che non trova più il suo posto nel mondo e, soprattutto, in nessuna delle quattro facce della sua psiche.
Il punto di rottura definitivo avviene con la distruzione del simulacro mod: lo scooter. Tornato a Brighton in preda alla disperazione, Jimmy vede Ace Face non più come un dio ribelle in sella a una Lambretta cromata, ma come nulla più di un sottomesso fattorino d’albergo che carica valigie per i turisti. Questo incontro agisce come una vera propria disillusione: la sottocultura mod, lo stile e le regole del gruppo non erano una via di fuga, ma solo un’altra divisa – simil epilogo lo possiamo vedere ad esempio in SLC-Punk! – un’altra forma di schiavitù sociale.

Il film si chiude ricongiungendosi alla sequenza iniziale sulle scogliere di Beachy Head. In un atto di rabbia catartica, Jimmy ruba la Vespa di Ace Face e la lancia nel vuoto. Mentre le note epiche di Love Reign O’er Me invadono tutta la scena, il silenzio del mare sostituisce il caos dei club e della città in generale, come se la mente di Jimmy, anche solo per un attimo, si fosse acquietata in preda alle consapevolezze e all’abbandono delle – oramai defunte – illusioni. In quel salto simbolico, Jimmy non uccide se stesso, ma uccide il personaggio che ha cercato di essere, di costruire a tutti i costi. Resta solo un essere umano nudo di fronte alla propria esistenza, finalmente libero dall’ossessione di dover appartenere a qualcosa per esistere.
Lascia un commento