PRISCILLA: LA REGINA DEL DESERTO

This entry is parte 10 di 16 in the series N4 2026

APPROFONDIMENTI

Un’epopea drag nell’outback australiano

di Ludovica Pesenti

Un festoso manifesto on-the-road, sospeso tra commedia e buddy movie onirici, prese avvio dalla periferia di Sydney, in una rovente estate anni Novanta, quando un furgone rosa partì alla volta delle sterminate distese vermiglie dell’outback australiano. Con un budget ristretto, di appena 2,6 milioni di dollari, Priscilla, la regina del deserto (The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert, 1994) di Stephan Elliott mostra sin dalle prime inquadrature un notevole slancio creativo, capace di fondere kitsch surreale alla grana malinconica e saturata delle pellicole di fine secolo. Protagoniste sono Bernadette Bassenger (Terence Stamp), Mitzi Del Bra (Hugo Weaving) e Felicia Jollygoodfellow (Guy Pearce), una donna transessuale e due drag queen che animano con i propri spettacoli i più noti gay bar di Sydney. Quando Mitzi riceve un invito a esibirsi in tournée presso l’Hotel Casino di Alice Springs, le tre decidono di rincorrere insieme il successo, intraprendendo così una picaresca Odissea nel “cuore rosso” dell’Australia, a bordo del torpedone Priscilla noleggiato per l’occasione.

L’Australia che Elliott portò sul grande schermo apparì per la prima volta vistosa, variopinta e umana. La sua fu un’operazione anticonvenzionale, volta a revisionare un cinema a lungo confinato allo stereotipo dell’Australian New Wave degli anni Settanta e Ottanta. Tra pellicole “schiave” di un outback tradizionalista e una mascolinità rurale, Elliott aprì così la via a rappresentazioni pluraliste in stile marcatamente camp, incontrando maggiore riconoscimento internazionale. Accanto a lui, altro contributo fondamentale giunse al contempo da Baz Luhrmann: la sua “trilogia del sipario rosso”, composta tra il 1992 e il 2001 da titoli come Ballroom – Gara di ballo (Strictly Ballroom, 1992), Romeo + Giulietta di William Shakespeare (William Shakespeare’s Romeo + Juliet, 1996) e Moulin Rouge! (2001), istituì una cifra estetica iper-teatralizzata e massimalista. Entrambe qualità autoriali, quelle di Elliott e Luhrmann, che si estesero a vero e proprio fenomeno culturale, in grado di competere con l’industria di Hollywood pur preservando un’evidente radice indie nazionale.

Immerse nelle dune rosse, Bernardette, Mitzi e Felicia appaiono come marziani, esseri estranei a spazio e tempo in un paradossale continuum con i paesaggi circostanti: senza decontestualizzazione, l’incontro tra paillettes e deserto infuocato dà vita a un’assurda armonia di colori e texture. A partire dalla metropoli di Sydney, prigione-rifugio distante dalle luci della ribalta dell’entroterra, i sogni di popolarità introducono Bernardette, Mitzi e Felicia alle province più remote, a comici imprevisti e incontri ostili con le comunità locali (a seguito di un guasto al motore, il soccorso del meccanico Bob sarà da sostegno alla prosecuzione del viaggio). Eppure, non sono unicamente queste realtà avverse a segnarle. Le tre temono anzitutto il confronto con il proprio passato, i rimorsi e l’angoscia della solitudine: insieme, scopriranno che soltanto il reciproco affetto e l’ironia bonaria potranno salvarle dalla binarietà dei ruoli sociali.

L’itinerario assume così i tratti di un cammino di formazione personale e conoscenza del mondo, dove le schermaglie amichevolmente dispettose tra compagne di palcoscenico, pettegolezzi volgari e capricci narcisisti si dipanano in eventi tragicomici. L’abilità registica di Elliott risiede nell’intrecciare la stravaganza di relazioni e tipi umani a sequenze iconografiche “da antologia” (il celebre strascico in latex argentato o le scie aranciate di fumogeni che accompagnano Priscilla nella sua corsa), capaci di donare alle immagini un toccante senso di liberazione.

Elliott tramuta la sabbia dell’outback in terreno di affermazione individuale ed emancipazione sociale, dove lande sconfinate contribuiscono a svincolarsi dalle costrizioni collettive ed essere padroni di sé stessi. Uomo e natura, nelle proprie difformità, divengono un tutt’uno per valorizzazione reciproca e riconquista di spontaneità: entrambe le dimensioni sembrano acquisire significato completandosi a vicenda, unicamente a contatto l’una con l’altra. Cielo, rocce e silenzio incarnano una presenza drammaturgica autonoma, utile a evidenziare l’isolamento dei personaggi e offrire loro una via di riscatto (non a caso, qui hanno luogo le sequenze più rilevanti).

Malgrado il ritratto della comunità drag scada talvolta in affermazioni rozze e stereotipate, i personaggi di Elliot si delineano come tutt’altro che caricaturali. Nell’ultimo atto, infatti, Felicia, apparentemente la più esuberante, elabora profonde fragilità; Mitzi svela una paternità segreta, frutto di un precedente matrimonio, trasportando la narrazione sul versante della riconciliazione familiare; per Bernadette, afflitta dalla scomparsa del compagno, il viaggio da rito di lutto lascia spazio infine a speranze future.

La patina nostalgica narrativa è potenziata dalla colonna sonora, un condensato del periodo aureo della disco music. Elliott completò la sceneggiatura in circa tre settimane, ispirandosi al panorama drag nazionale dei primi anni Novanta e integrandolo con i propri ricordi musicali d’infanzia, trascorsa nell’hinterland australiano. Da I Will Survive di Gloria Gaynor alle percussioni aborigene delle scene conclusive, dalla diva operistica Joan Sutherland alle hit degli ABBA come manifesto universale della cultura queer e dei Village People, ogni brano aspira ad amplificare un’atmosfera-commento di verità e contraddizioni umane. Altre sequenze, come Sempre libera da La Traviata di Verdi, esibita da Felicia in cima all’autobus, traboccano di un lirismo kitsch sublimato e commovente.

Ogni fotogramma trasuda un’allegria spensierata ed energica, garantita dal saggio alternarsi di dialoghi irriverenti, esaltati dalla disinvoltura interpretativa del cast, e ampie aperture paesaggistiche. A plasmare lo spirito complessivo della pellicola, inoltre, concorrono i costumi di Lizzy Gardiner e Tim Chappel, per i quali ottennero un Oscar: vere e proprie installazioni di piume, glitter, tessuti brillanti ed eccentrici, mosse dal vento come dotate di vita propria. Una straordinaria missione creativa concepita per armonizzare esigenze cinematografiche e arte performativa, culminante nel finale del film.

Al termine del ciclo di show ad Alice Springs, infatti, le protagoniste scelgono di cimentarsi nella scalata del Kings Canyon, adornate interamente da abiti di scena. Il percorso si conclude al tramonto, mentre una veduta aerea mostra in lontananza le alture purpuree con cui le loro sagome delle tre sembrano confondersi sempre più, aprendosi a nuove prospettive di riscoperta. Mitzi, Bernardette e Felicia respirano creatività, a questa si rinnovano continuamente. Come uno strumento di sopravvivenza, un’istanza identitaria, da cui le protagoniste (e l’essere umano) non possono prescindere. 

N4 2026

LES CARABINIERS I GUARDIANI DEL SILENZIO, OVVERO RESISTERE ALLA STORIA

Autore

  • Ludovica Pesenti

    Diplomata al liceo classico, frequenta la facoltà di Comunicazione, Media e Pubblicità presso l’Ateneo IULM di Milano. Grande appassionata di cultura in ogni sua accezione (dal cinema alla letteratura, dall’arte figurativa alla musica), ama raccontare e approfondire perle cinematografiche meno note.

     

     

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