PERMANENT VACATION

This entry is part 6 of 32 in the series N1 2025

27-99: GLI ESORDI NEL CINEMA

Di Gianluca Meotti

Basandosi sull’assunto hitchcockiano secondo cui il cinema sarebbe il come e non il cosa, bastano i primi diciannove secondi di Permanent Vacation per rendersi conto che Jim Jarmusch abbia colto perfettamente l’essenza della settima arte già dalla sua prima opera. In un esterno newyorkese, il frenetico movimento della folla viene rallentato, ma il sound-design ci riempie le orecchie di passi veloci e convulsi.

Lo scollamento tra immagini e sonoro ci proietta direttamente nella schizofrenica rete di personaggi che di lì a poco ci verranno presentati, creando una diacronia tra spazi fisici e mentali.
A metà degli anni Settanta Jarmusch si trasferisce a Parigi per alcuni mesi, entrando in contatto con gli scritti di André Breton sul surrealismo e innamorandosi del cinema anche grazie alla sua frequentazione della Cinémathèque française. In virtù di queste esperienze, al suo ritorno negli Stati Uniti si iscrive alla Graduate Film School della New York University; è qui che partorisce la sua prima opera cinematografica. Nel film (anche tesi di laurea di Jarmusch) seguiamo Aloysious “Allie” Parker nei giorni precedenti alla sua partenza per l’Europa; lo vediamo aggirarsi per una New York deserta e senza vita ed entrare in contatto con una serie di personaggi ai margini della società americana di fine anni Settanta.

La New York filmata da Jarmusch, come detto, non ha niente a che vedere con quella a cui siamo abituati: non ci sono persone ammassate che sgomitano per prendere la metropolitana, non c’è Times Square, non c’è Central Park, non c’è nulla; è diventata un luogo desolato e spoglio nel quale il regista mostra quella che è l’altra faccia della medaglia della società americana, quella schiava della frenesia produttiva e dell’efficienza, quella che si porta ancora dietro i drammatici strascichi della guerra in Vietnam: una società che crea i personaggi di cui Allie farà la conoscenza.
È quindi una città completamente avulsa dalla realtà, un contesto onirico e fantastico dove il nostro protagonista si sposta. Questa astrazione delle immagini, poi, è accentuata anche dall’utilizzo del montaggio, impiegato per ridurre il più possibile la coesione narrativa tra una scena e l’altra, tanto che si potrebbe rimontare il film in maniera casuale ed ottenere lo stesso risultato. È anche grazie a questo espediente di linguaggio che viene ridotto ulteriormente il senso di realtà all’interno dell’opera.

I temi e gli stilemi dell’opera futura di Jarmusch sono già tutti presenti: oltre al montaggio di cui sopra, la sua vena autoriale inonda tutti gli ambiti dell’opera.
I dialoghi ridotti al minimo ed estemporanei, la desertificazione metropolitana, la fascinazione per le culture pre-statunitensi e più in generale un esterofilismo diffuso. L’incontro, fugace ma intenso, gli rivela che la fuga non è una soluzione, solo un palliativo. Le ombre che teme non appartengono ai luoghi che lascia, ma alla sua stessa natura, e lo accompagneranno ovunque decida di andare. Con questa amara consapevolezza si imbarca per Parigi e fugge da New York.

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Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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