27-99: GLI ESORDI NEL CINEMA
Manifesto di un (nuovo) cinema libero
Di Edoardo Sampaoli



La frase «The film you have just seen was an improvisation» chiude l’opera prima da regista dell’attore di origine greca John Cassavetes.
A colpi di jazz assistiamo, per un’ora e mezza circa, alle vicende di Hugh, Leila e Ben, tre fratelli afroamericani: Hugh, il più grande, è un cantante di nightclub; Ben, trombettista, occupa il proprio tempo principalmente nei bar con due amici, Dennis e Tom; infine, Leila, la più giovane, frequenta salotti di intellettuali in una New York costantemente notturna.
Ombre (Shadows, 1959) viene realizzato nell’Actor Workshop, laboratorio di recitazione fondato da Cassavetes e Burt Lane, contrapposto all’Actors Studio di Lee Strasberg, considerato ormai superato. Senza sceneggiatura, viene girato inizialmente in 16mm per avere una cinepresa leggera e con un’unica indicazione: quella di improvvisare.
Si tratta di un laboratorio delle idee estreme, o così appariva agli occhi di un’industria colossal come Hollywood, dove la strutturazione della creazione dell’opera è alle fondamenta di un cinema che per anni ha dominato sulle masse. Ombre diventa quindi un manifesto di un cinema che sta per implodere, distruggendo tutto ciò che si era visto fino a quel momento.
La continuità narrativa, il montaggio classico invisibile, gli schematismi del decoupage classico sono tutti ormai troppo stringenti per un cinema che vuole liberarsi da tutte le catene per arrivare a una catarsi finale, una catarsi fatta di racconti che vogliono porre la loro attenzione sulla quotidianità, sui problemi dell’America, sull’analisi dei personaggi e la loro interazione: una quotidianità di una New York costantemente buia, dove a emergere sono le insegne neon dei ristoranti e i negozi affacciati sulla strada, fatta di salotti dove si discute sull’esistenzialismo, musei con il giardino del MoMA con le statue immobili, antiche (forse metafora del cinema stesso hollywoodiano); i problemi dell’America come il razzismo, che emerge soprattutto nell’episodio di Leila con un uomo, il quale, dopo averci avuto un rapporto, scopre la sua origine afro e decide di interrompere la frequentazione.
Infine, l’analisi sull’interazione, che vede gli attori di Cassavetes indagare il corpo attoriale alla ricerca di un’improvvisazione volta a sviscerare e trovare il fulcro della personalità.
Cassavetes indaga la sua libertà espressiva non solo tramite la non-scrittura e l’improvvisazione, ma mettendo su un registro registico dove non c’è più virtuosismo: non potrebbe esserci, c’è la camera che con spontaneità segue i personaggi e si inserisce come soggettiva di un quarto personaggio che non vedremo mai.

Ombre è l’urlo straziante e strozzato di una (lunga) stagione di cinema che sta per chiudersi per sempre, di un cinema che sta per fallire completamente. Al tempo stesso, il film diventa l’urlo di battaglia di un cinema che sta arrivando, che inonderà tutti gli autori successivi. Cassavetes inaugura la nuova stagione con ritmiche Jazz, a cura di Charles Mingus, che ci porta a spasso nella nuova poetica.
La rivoluzione del cinema è iniziata.

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