MUTO
Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Prima del successo commerciale ottenuto con Dracula (1931) e del capolavoro maledetto per eccellenza Freaks (1932), Tod Browning si era già addentrato nel mondo dei “fenomeni da baraccone” – a lui ben noto in quanto, in giovane età, aveva frequentato assiduamente gli ambienti circensi e del vaudeville – e dei mostri dalla psiche tormentata. Con Lo sconosciuto (The Unknown, 1927), Browning ci porta in un circo dove la sfiducia, l’invidia, l’odio, l’amore malato e l’assassinio albergano nel cuore di chi sembrerebbe puro e disinteressato, di chi si traveste da confidente e amico e che trama in realtà crimini dettati dall’egoismo e dal desiderio di possedere un’altra persona.
Le tenebre entro cui ci addentriamo sono quelle che muovono le azioni e i sentimenti del lanciatore di coltelli Alonzo the Armless (Lon Chaney), un circense senza braccia ossessionato dall’amore per Nanon (un’irriconoscibile Joan Crawford); scopriamo ben presto che in realtà Alonzo non è affatto senza braccia: egli è piuttosto uno scaltro criminale e omicida che si è infiltrato in un circo itinerante, entrando a far parte della troupe, per sfuggire alla giustizia. Una sua malformazione congenita, un doppio pollice, lo rende facilmente riconoscibile, così il delinquente nasconde le braccia in un corsetto strettissimo e dichiara al mondo di esser nato storpio, imparando a usare i piedi per ogni azione quotidiana e per il suo spettacolo con i coltelli. Per una fortuita coincidenza del caso, la sua amata Nanon è terrorizzata dal tocco delle mani maschili – è anche il motivo per cui resiste alle avances del massiccio Malabar (Norman Kerry), il forzuto del circo innamorato di lei –, fobia che le permette di sentirsi davvero al sicuro, paradossalmente, soltanto in compagnia di Alonzo, il quale, proprio mentre cospira per averla tutta per sé, indossa la maschera di un amico altruista e di una spalla fidata su cui piangere.

Basterebbe questa breve sinossi per individuare alcuni dei temi chiave su cui Browning si concentra: su tutti, l’amore tossico, egoista e possessivo di un Alonzo disposto a vivere un’esistenza di inganno e violenza pur di conquistare la donna della sua vita, una Catherine Deneuve in Repulsione (Repulsion, Roman Polański, 1965) ante litteram. Pur professando una serie di nobili sentimenti nei confronti della giovane Nanon, sua compagna di scena, e pensando a se stesso come l’eroe della storia, contrapposto al bello e forzuto Malabar, il Senza-Braccia interpretato da Chaney sfrutta senza scrupoli la fobia della sua amata, mentendole e manipolandola emotivamente. Il peso della menzogna, tuttavia, inizierà a gravare sempre di più su Alonzo, in quanto persino la bugia originale, quella delle braccia nascoste nel corsetto, giungerà a divorare la verità.
Addentrandosi sempre più a fondo nella psiche malata del suo protagonista, Browning ci mostra come Alonzo, persino da solo o in compagnia del suo fidato braccio destro, il nano Cojo (John George), si sia ormai più abituato a usare i piedi piuttosto che le mani. Considerata la mutata priorità degli arti e forzato dalle circostanze, poiché egli si rende conto che un giorno, se spera di conquistare Nanon, dovrà rivelarle l’inganno, Alonzo decide di trasformare la bugia in verità: ricattando un chirurgo con un’oscura verità (mai rivelata al pubblico), l’inflessibile circense decide che diventerà davvero il Senza-Braccia. Tuttavia, una volta superato il periodo di convalescenza, ad attenderlo ci sarà una realtà insopportabile: Nanon ha superato la sua fobia del tocco degli uomini e, cedendo alla sua avvenenza e ai suoi corteggiamenti, si è fidanzata con Malabar.
È proprio in questa scena, forse la più famosa del film, che i talenti di Browning e Chaney esplodono in tutta la loro sconvolgente intensità; Alonzo ha capito di essersi permanentemente mutilato per nulla, rendendosi conto di non aver mai avuto alcuna speranza e di essersi inflitto da solo una macabra punizione per i suoi crimini – tra i quali figura anche l’assassinio del padre di Nanon (Nick De Ruiz), venuto a conoscenza del suo segreto – e le sue menzogne. Alonzo non è mai stato l’eroe della storia, né tantomeno il preferito della sua amata: la totale amarezza della sconfitta, congiunta al ruolo primario da lui giocato in essa e dalla raccapricciante ironia della situazione, lo lascia in uno shock pressoché totale. Sovrastato dagli eventi e dalla disperazione, vediamo il Senza-Braccia scoppiare in un riso isterico e folle, che presto si trasforma in un pianto sfrenato e, ennesima ironia, incompreso: “Guarda, sta piangendo di gioia per noi!”, dice a Malabar la dolce Nanon, ignara della tragedia e della mostruosa realtà che si cela nei meandri della mente dell’uomo che considera il suo più leale e devoto amico.

In questa magistrale scena, così come in molte altre della pellicola, Browning dimostra la sua capacità di mettere in scena drammi dove la complessità dell’uomo e la profondità psicologica dei suoi protagonisti, i freaks che esplorerà più approfonditamente cinque anni più avanti, vengono elevate a vette artisticamente altissime grazie all’horror, alla commedia nera e, in questo caso, all’interpretazione di un Lon Chaney strepitoso. L’attore feticcio di Browning riesce a convogliare odio, tenerezza, tristezza, paura e desiderio non solo attraverso uno sguardo indimenticabile, ma anche attraverso una mimica facciale impareggiabile: sul volto di Cheney/Alonzo riusciamo a leggere sia i sogni di un romantico sognatore sia la meschinità di un ingannatore privo di scrupoli, tanto la malinconica solitudine di un reietto quanto la ferina e passionale violenza di un assassino.
Privato delle braccia e sconfitto amaramente nella lotta per impossessarsi del cuore di Nanon, ad Alonzo non rimangono che un bruciante odio e uno struggente desiderio di vendetta. Nel culmine emotivo del film, egli abbandona qualsiasi finzione o pretesa di eroismo e abbraccia (si perdoni il gioco di parole) il suo ruolo di bieco antagonista – se lui non può avere Nanon, non potrà averla nemmeno Malabar. La rivalsa di Alonzo prevede l’ennesimo tocco di crudele ironia: il Senza-Braccia si prepara infatti a sabotare il numero di Malabar, le cui braccia verranno legate a cavalli in corsa, i quali verranno poi fermati da un meccanismo per impedire che gli arti del forzuto vengano brutalmente strappati via; ebbene, Alonzo decide di manomettere il meccanismo, pareggiando, nella sua contorta concezione, i conti con l’uomo che gli ha portato via l’amore. Sarà proprio l’amore, tuttavia, a mettersi in mezzo ai piani di Alonzo per l’ennesima volta, in una svolta del destino che, senza rivelare troppo, instillerà nello spettatore l’ennesimo dubbio nei confronti di un Senza-Braccia che parrebbe sacrificarsi per salvare la sua amata.

Quella de Lo sconosciuto è una storia talmente macabra, malata e psicologicamente raccapricciante che si fatica a collocarla in un contesto hollywoodiano. Browning mostra al suo pubblico le profonde e spaventose realtà della mente umana e dell’amore che diventa ossessione (o che lo è sempre stato), in un’ambientazione, quella circense, che non è affatto sfondo, ma parte integrante e fondamentale della dimensione orrorifica e drammatica della vicenda.
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