NUOVE USCITE
Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Raccontare un genocidio non è una cosa affatto semplice, soprattutto quando questo è in corso. Se un film come No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal, 2024) sfruttava il documentario per mostrare la brutale realtà dell’occupazione coloniale e della distruzione delle case, La voce di Hind Rajab (صوت هند رجب) decide di far penetrare la realtà all’interno della sua drammatizzazione, ricostruendo la tragica storia vera dell’omicidio della bambina di cinque anni – e dei suoi zii e cugini a cui la piccola è riuscita a sopravvivere solo per qualche ora, senza contare i due paramedici che guidavano l’ambulanza diretta verso le sue coordinate – Hind Rami Iyad Rajab e degli operatori del centralino della Mezzaluna Rossa che provarono in tutti i modi a coordinare i soccorsi per salvarla.
Il modo attraverso cui la regista Kaouther Ben Hania decide di aprire le porte del cinema alla realtà senza filtri consiste nell’utilizzo delle autentiche registrazioni – e, talvolta, addirittura dei filmati – delle strazianti telefonate tra gli operatori e Hind; riusciamo a vedere sullo schermo il nome del file recuperato, visualizziamo le onde sonore che arrivano a coprire tutta l’immagine, in una materializzazione della tragedia acustica che rappresenta l’unica soluzione possibile per immaginarci ciò che non vorremmo mai concepire, ciò a cui non vorremmo mai assistere: una bambina circondata dai cadaveri dei suoi cari e terrorizzata dalla cieca furia genocida.
L’inammissibilità di tale orrore arriverà ad abbattere le resistenze morali degli operatori. Ben Hania riesce a mostrare la devastante intensità psicologica dell’ambiente del centralino; persino i più addestrati e quelli dai nervi più saldi, dopo aver cercato di trasmettere una calma artificiale alla bambina, crolleranno di fronte a una situazione apparentemente sempre più disperata e a una disgrazia ineffabile. La regista non solo riesce a umanizzare e rendere tangibile questa drammatica realtà, ma arriva persino a mettere in evidenza la sensazione di impotenza e costante pericolo provata da queste persone, lodando il loro coraggio e la loro forza di fronte alla barbarie.

A tale scopo, diventa indispensabile anche quantificare l’entità della tragedia: uno dei più efferati genocidi della storia contemporanea sta proseguendo indisturbato a soli 83 km dal centralino di Ramallah, in Cisgiordania; i soccorsi impiegherebbero soltanto otto minuti per raggiungere la bambina intrappolata e terrorizzata, ma la partenza dell’ambulanza viene costantemente rimandata e ritardata a causa della necessità di approvazione di un percorso sicuro, per evitare che i paramedici vengano bombardati. Il desiderio, da parte di chi è incaricato di richiedere e trasmettere una rotta sicura, di salvare anche le vite dei volontari verrà presto infranto dalla spietatezza dell’esercito israeliano, il cui odio non si fermerà certo di fronte a leggi, convenzioni, case, ambulanze, ospedali, scuole o bambini.
Non esistono innocenti o vie sicure in un genocidio. Le forze armate israeliane, come viene ricordato, dispongono di tecnologie all’avanguardia per identificare i civili e per evitare di proseguire i bombardamenti in zone ad alta concentrazione di innocenti; nella loro perfidia coloniale, essi scelgono consapevolmente di ignorare i segnali e le convenzioni umanitarie, preferendo assassinare in massa e senza pietà un intero popolo.
Il risultato è che la vita di Hind è stata spezzata per sempre. L’ennesima vittima della decennale sete di sangue israeliana era una bambina vivace e piena di vita e risate, come la descrive la (vera) madre, una piccola innocente che amava il mare e lo considerava il proprio migliore amico e i cui ultimi momenti non sarebbero dovuti arrivare così presto. Lo spettatore si trova inerme e impotente, così come gli eroi della Mezzaluna Rossa, di fronte agli ultimi istanti di Hind Rajab, spera e prega con loro che il cinema, perlomeno, riesca a garantire un lieto fine. Mentre ascoltiamo le ultime parole della piccola, prima che il collegamento si perda per sempre, Ben Hania porta a tragico compimento l’invasione del cinema da parte della realtà, posizionando uno smartphone che riproduce il video dei veri operatori al telefono con Hind di fronte alla macchina da presa. Il tempo della condanna e della rabbia è giunto, e noi non possiamo più far finta di niente né nasconderci dietro lo stratagemma della finzione. La realtà è diventata talmente scandalosa e insopportabile che sbatterci in faccia un genocidio ampiamente documentato diventa uno dei più pregni e decisivi atti politici che siano mai apparsi in una sala cinematografica.
Non c’è spazio per le chiacchiere giustificatrici o per il benaltrismo da salotto occidentale ne La voce di Hind Rajab, ma solo la più ferma condanna e la più umana indignazione. Il film è immensamente potente tanto quanto opera di denuncia quanto come risveglio di coscienze troppo a lungo sopite e condiscendenti. L’opera di Ben Hania riesce a smuovere in una maniera che non si limita alla legittima indignazione di fronte all’ingiustizia e alla disumanità, ma che giunge ad accendere nel cuore di ciascun spettatore il desiderio di agire, di mettersi a disposizione in maniera concreta per aiutare le vittime dell’odio coloniale. Quasi metà della popolazione di Gaza ha un’età inferiore ai diciotto anni: sono persone con sogni, aspirazioni e passioni e meritano, come se lo meritava Hind, un futuro che non siano le macerie, il sangue e la devastazione. Le ultime parole di Hind Rajab non dovevano essere grida di panico causate dall’arrivo dei carri armati.
Ricordatevi di lei e di tantissimi altri martiri la prossima volta che vorrete ordinare una Coca-Cola.
Per sapere cosa potete boicottare: https://bdsmovement.net
Raccolta fondi delle ONG italiane: https://insiemeperlapalestina.org

Lascia un commento