FIL ROUGE: NATALE MA NON TROPPO
Di Alessia Vannini

«Strano, non è vero? La vita di ogni uomo tocca tante altre vite. E quando non c’è più, lascia un buco terribile, non è vero?»
Attraverso il suo La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life, 1946), l’inimitabile genio della Golden Age di Hollywood, Frank Capra, offre un’ottima rappresentazione della crisi bancaria del 1929 e della Grande Depressione, della Prima guerra mondiale e del crollo del dopoguerra, nonché del crollo psicologico incredibilmente imponente che sia i banchieri che i titolari di conti dovettero attraversare durante quella pagina nera della storia americana e mondiale.

Incorniciata da un affresco storico tanto straziante quanto realistico, Capra ci racconta la storia di George Bailey (James Stewart), un uomo qualunque, e proprio per questo universale. Un uomo dalle grandi aspirazioni di vita, che sogna di fuggire dalla sua piccola città di Bedford Falls e viaggiare, realizzare grandi cose e lasciare un segno nel mondo. Come spesso accade però, la vita, con la sua crudele ed imprevedibile ironia, lo porta costantemente altrove: verso il sacrificio, la rinuncia ed il dovere. George si sente inerte e statico, mentre tutto il resto del mondo sembra muoversi repentinamente intorno a lui. Come John Sims ne La folla (The Crowd, King Vidor, 1928), viene sopraffatto da un mondo che non prevede staticità e che non si ferma ad aspettare chi ha il passo più lento. Entrambi travolti dal tornado della grande crisi, George e Johnny restano intrappolati in una quotidianità che percepiscono come una sconfitta personale.
Capra non racconta la vita di un eroe tradizionale, bensì quella di un uomo che diventa tale senza mai rendersene conto. George salva vite, sostiene famiglie, difende i più deboli dall’avidità spietata del potente signor Potter (Lionel Barrymore), ma non vive queste azioni come conquiste: le vive come ostacoli ai propri desideri. È proprio in questa frattura interiore che il film trova la sua forza più autentica. La vita è meravigliosa non parla del successo, ma del suo contrario; non celebra la realizzazione personale, bensì la frustrazione di chi sente di aver fallito senza sapere che, in realtà, ha costruito tutto. La bellezza sottile e travolgente de La vita è meravigliosa sta proprio nelle piccole azioni, in quei gesti di genuino altruismo che hanno il potere di migliorare il mondo un pezzetto alla volta. George, pur senza rendersene conto, è un raggio di sole che filtra tra le nubi scure. Sebbene si tiri la croce addosso e veda di sé solo ciò che non è riuscito a fare, è completamente ignaro di quante vite abbia salvato semplicemente essendo se stesso, niente di più, niente di meno.


Quando George tocca il punto più basso della sua esistenza, convinto che il mondo sarebbe migliore senza di lui, Capra compie la sua mossa più audace e poetica: mostrare una realtà alternativa, un mondo privato della presenza di George Bailey. In una realtà parallela, quasi distopica, Bedford Falls diventa Pottersville, un luogo freddo, cinico e disumanizzato. È qui che il film smette definitivamente di essere solo una storia e diventa una riflessione profonda sull’impatto invisibile delle nostre azioni, sull’importanza silenziosa di ogni singola vita.
Ed è soprattutto in questo passaggio che La vita è meravigliosa rivela il suo insegnamento più potente, cioè che anche quando crediamo che la nostra esistenza non abbia valore, qualcuno intorno a noi ci ama, e la sua vita non sarebbe la stessa se non ci avesse mai incontrato. Capra ci ricorda che il senso della vita non si misura in traguardi raggiunti, ma nelle connessioni create, nei gesti apparentemente insignificanti che, messi insieme, costruiscono un’esistenza intera.
Questo capolavoro riesce, in qualche modo, a guarire parti di noi che non sapevamo nemmeno fossero spezzate. Mostra l’incredibile impatto che la nostra presenza ha sugli altri con una delicatezza disarmante, ma al tempo stesso con un coraggio raro, affrontando temi come la depressione ed il suicidio senza mai banalizzarli e in maniera tutt’altro che superficiale.

Inutile dire che lo straordinario James Stewart offre un’interpretazione semplicemente eccelsa: fragile e nervosa ma al contempo fortemente umana, persino nei momenti più onirici e spirituali. Il suo George Bailey è attraversato da rabbia, paura e senso di colpa, e Stewart riesce a rendere tutto questo con una verità spiazzante. È impossibile non rivedersi in lui, non sentirsi coinvolti fino all’ultima lacrima e non sentire un colpo al cuore durante il suo grido disperato.
Quando il film si conclude l’ineffabilità è alle stelle e le lacrime sgorgano come un fiume in piena, perché di fronte ad una storia talmente toccante ed universale è impossibile trovare le parole giuste per esprimere il tumulto di emozioni interiore.
In definitiva, La vita è meravigliosa è molto più di un classico natalizio: è un inno alla vita stessa. Un film che ci esorta ad apprezzarne la bellezza, imparando a dare valore tanto alle gioie quanto alle disgrazie, perché anche queste ultime sono parte integrante del nostro percorso e ci rendono ciò che siamo davvero. È un’opera che, col passare del tempo, non smette mai di parlare allo spettatore, ricordandoci che nessuna vita è inutile e che, spesso, il vero miracolo è semplicemente esser esistiti ed aver vissuto ogni istante.



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