LA TRILOGIA DELLA CONDIZIONE UMANA DI MASAKI KOBAYASHI

This entry is part 6 of 19 in the series N1 2026

FIL ROUGE: LE TRILOGIE

La condizione umana

di Dario Vitale

“It’s not my fault that I’m Japanese … yet it’s my worse crime that I am” (Ningen no jōken, 1959-61).

Ci sono opere cinematografiche che non si limitano a raccontare frammenti di vita, ma pretendono di occupare uno spazio fisico e temporale nella vita dello spettatore. La Condizione Umana (Ningen no Jōken), opera monumentale diretta da Masaki Kobayashi, è esattamente questo: una prova di resistenza. Basata sul romanzo autobiografico di Junpei Gomikawa, l’opera si dipana per oltre nove ore e mezza di proiezione, un tempo che solo frammentato aiuta a metabolizzare un orrore che, altrimenti, risulterebbe insostenibile. Concepita come un’opera unica, La condizione umana è una trilogia sulla perdita della speranza, dell’umanità, dell’Io.

I tre lungometraggi girati da Masaki Kobayashi tra il 1959 e il 1961 sono lo sviluppo dialettico di un pensiero etico e politico: da Nessun amore è più grande (1959), passando per Il cammino verso l’eternità (1959), sino a La preghiera del soldato (1961), il pensiero del regista giapponese si sedimenta e si sviluppa in una critica arguta al sistema imperiale. Kobayashi non ha mai negato una stretta connessione tra le tematiche dei tre blocchi, anzi, la struttura stessa dell’opera conferma una volontà di continuità assoluta, di abbracciare quella di indagine filosofica sull’essenza dell’uomo.

La seguente disamina porrà in relazione i film della trilogia attraverso l’evoluzione del personaggio interpretato da Tatsuya Nakadai, Kaji. L’attore, lanciato proprio da Kobayashi, attraversa l’intera opera: dal volto sano e vivo, la mutazione fisica è solo un sintomo visibile dello spettro che aleggia e scava la sua anima, segnale di un modo che si è dimenticato dei suoi abitanti.

Capitoli: I. Amore puro / II. Furia
In Nessun amore è più grande, primo capitolo, assistiamo alla fase dell’idealismo e della speranza. Kaji è un giovane intellettuale che, nel 1943, accetta l’incarico di supervisore in una miniera in Manciuria. Lì spera di evitare il fronte e intende dimostrare che un trattamento umano dei prigionieri cinesi possa portare a una maggiore produttività. Kaji tenta di agire per la pace, ma si scontra con una struttura di potere, la polizia militare Kempeitai e i dirigenti minerari, che vedono nell’umanità una forma di debolezza inutile al genere umano. Il protagonista vive in maniera inquieta, desideroso di giustizia contro un regime oppressivo. Il film culmina in una catastrofe: nonostante gli sforzi, Kaji non riesce a fermare le esecuzioni dei prigionieri. La sua rabbia culmina in una furia contro l’ingiustizia. Questo gli costerà il privilegio del rinvio della leva: la sua identità di civile viene annullata e Kaji viene risucchiato nella macchina militare, segnando la fine definitiva della sua innocenza e l’inizio della sua “vera” condizione.

Anche all’interno del cinema giapponese del dopoguerra, Masaki Kobayashi si distingue per la sua critica senza compromessi ai codici tradizionalmente imposti. Sebbene la storia e lo stile siano appaiano più tradizionali che d’avanguardia, se si pensa a opere come Kwaidan (1964), il film riesce comunque a produrre con propria autonomia un’autorialità e una critica assolutamente distaccata dalla cultura perseguita, ad esempio, dai contemporanei Yasuzō Masumura e dai movimenti Anpo rappresentati da Nagisa Ōshima in quegli anni. La trilogia della condizione umana è sicuramente viva dell’umanesimo del cinema giapponese del dopoguerra, coltivato con particolare impegno durante l’occupazione statunitense successiva alla resa del Giappone. E condivide effettivamente alcuni valori presenti, per esempio, nei film postbellici di Akira Kurosawa. Tuttavia, la trilogia di Masaki Kobayashi è attraversata da un pessimismo che la colloca a una certa distanza da altri film. Ed è proprio di questa tonalità che si tinge la tela di uno dei cineasti più importanti della storia del cinema.

Capitoli: III. Nostalgia / IV. Nuvole di guerra
Con il secondo film, Il cammino verso l’eternità (1959), la storia si sposta nelle caserme dell’Esercito del Kwantung, al confine con l’Unione Sovietica. Kaji, recluta, corpo tra i corpi costretto a subire il sadismo dei veterani e la rigidità dell’addestramento, è volto solo a distruggere ogni traccia di individualità. Arruolato nell’esercito, si ritrova immerso in un mondo fondato sulla violenza e sulla sottomissione alla gerarchia. Il conflitto si sposta da ideale e istituzione a individuo e massa. Soldato efficiente, quasi modello, Kaji viene esposto alla sua nuova forma di alienazione: l’essere riconosciuto solo in quanto ingranaggio. La sua empatia verso i più deboli (i commilitoni, i disertori, i civili) lo rende colpevole di un’umanità sbagliata. Masaki Kobayashi porta in scena il tedio della violenza e l‘aridità dei rapporti umani: tentando di preservare la propria integrità proteggendo i soldati più fragili, come il commilitone Obara, Kaji si accorge che in guerra la compassione è un difetto fatale che conduce alla morte. Kaji deve imparare quindi a essere un soldato eccellente per sopravvivere, mentre il paesaggio della Manciuria si fa sempre più plumbeo. Kaji, ormai privato di ogni spenza, apre gli occhi. Ecco la risposta: per restare vivi in un mondo che ha rinunciato all’umanità, bisogna essere pronti a uccidere. Questa è la condizione.

Ciò che rende memorabili i film migliori di Kobayashi, come la trilogia de La condizione umana, è a pieno merito il controllo della composizione. Le sue opere sono quasi tutte girate in formato panoramico, molte delle quali in bianco e nero. Lo spettatore rimane costantemente colpito dalla bellezza delle immagini sullo schermo, ma anche dal modo in cui la composizione riesce a mettere in rilievo la condizione tragica dei suoi protagonisti, proprio come Kaji.

Capitoli: V. Morte e fuga / VI. Vagabondaggio nella steppa
La trilogia della Condizione Umana racconta la caduta di un uomo in un sistema totalizzante. Kaji, che non cambia nei suoi valori, viene stretto in un mondo che non riesce a sostenerlo. Quello che Masaki Kobayashi mette in scena è quindi il dialogo tra l’umanità e la macchina storica che riconosce solo forza e annientamento. Aridità, alienazione, perdita di senso. La condizione umana è un’opera sul limite: il limite della resistenza morale, della compassione, della speranza. Ed è proprio in questo limite che Kobayashi colloca il suo ultimo capitolo.

Che cosa resta dell’uomo quando essere umani diventa impossibile?

L’atto finale, La preghiera del soldato (1961), è la sintesi tragica dell’intero percorso, un survival horror esistenziale. Dopo la disfatta dell’esercito giapponese, Kaji guida un gruppo di disertori e civili in una marcia attraverso territori ostili, cercando una via di fuga verso sud. È la fase del disadattamento: Kaji deve confrontarsi con il crollo definitivo dei suoi valori sociali e ideologici (cfr. dello stesso anno Una vita difficile, 1961), scoprendo che anche l’Unione Sovietica, che lui guardava con simpatia, gestisce campi di prigionia. Una volta catturato, Kaji vive solo per il ricordo della moglie Michiko (Michiyo Aratama), l’unico legame che lo tiene ancorato alla sua forma umana. Ormai ridotto a un’ombra, anche quando fugge dal gulag Kaji vaga nel gelo fino a perdere la distinzione tra il proprio corpo e il paesaggio. La sua fine chiude la trilogia con un’eclisse definitiva dell’Io, lasciando allo spettatore la riflessione sulla possibilità di restare umani in un secolo dominato dalla distruzione.

La dignità umana di Kaji, immerso in un mondo di individui svuotati da ogni emozione, è un fardello pesantissimo che egli sceglie di portare fino alle estreme conseguenze. I temi dell’estraneità e dell’impossibilità di alienazione si uniscono in un’opera che, pur essendo nata da un’esperienza storica, parla direttamente alla condizione dell’uomo moderno. Kaji cade sotto il peso della neve, ma la sua umanità lo seguirà?

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Autore

  • Dario, classe 2002, si distingue nella redazione per una schizofrenia abilmente gestita: in un istante può disquisire con serietà sulla messa in scena di Dogville, e in quello successivo è già perso nelle nevrosi di Io e Annie. Non disdegna il genere, anzi, lo accoglie a braccia aperte, purché sia condito da una buona dose di poca distribuzione e nomination mancate.

    Quando non sta guardando un film, sfodera il suo alter ego musicale: armato di una tastiera, si esibisce in sessioni in cui la passione surclassa la tecnica con un motto musicale simile a “Non so cosa sto suonando, ma lo sto suonando”.

    Ma è con il sorgere del sole che avviene la trasformazione più sorprendente: il finto critico e musicante si dissolve per lasciare spazio a un disciplinato studioso magistrale di lingua giapponese. Sì, il giorno Dario porta avanti attività e studi legati al Giappone (e al cinema) con la stessa meticolosità con cui analizza le sceneggiature di Scola e Kore’eda, mentre la sua mente ripete in loop l’assolo del pianoforte in My Favourite Things.


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