NUOVE USCITE
La metafisica dei tubi
di Alessia Vannini

La piccola Amélie (Amélie et la Métaphysique des tubes, Maïlys Vallade e Liane-Cho Han, 2025) non è semplicemente una storia che ci insegna a dire addio ai nostri cari e ad abbracciare il dolore come qualcosa che fa parte della vita. Invece di concentrarsi sulla morte in sé, il focus del film è specificamente sul periodo immediatamente successivo. Non viene analizzata solo la vita dopo la morte, ma si indagano i modi in cui la piccola Amélie – e forse un po’ tutti noi – affrontiamo quel dolore che inevitabilmente ci colpisce a seguito della perdita di una persona cara.
Questa storia intima ed avvolgente mette in scena, nella sua straordinaria gamma di colori vivaci, la meraviglia infantile. Adattato impressionisticamente per lo schermo dalla regista Maïlys Vallade e dal regista Liane-Cho Han – entrambi al loro debutto registico per il lungo formato – il lungometraggio è basato su un romanzo autobiografico della scrittrice belga Amélie Nothomb, ed il film ha a tutti gli effetti le vesti di un romanzo di formazione animato.

La protagonista di questo dolce racconto è Amelie (o Amélie, in francese, Loïse Charpentier), una bambina francofona nata da genitori belgi sulle montagne del Giappone verso la fine degli anni Sessanta. La più piccola di tre figli, Amélie ha uno sviluppo talmente tardivo che un medico comunica ai genitori che loro figlia è una verdura, un vegetale impassibile, e consiglia loro di metterla in una bolla protettiva. Un fatidico giorno, la nonna Claude (Cathy Cerdà), che è a casa loro in visita, le dà da mangiare un pezzo di cioccolato bianco belga e la bambina esplode in un lampo di luce.


Se in apertura al film Amélie ci illustra la metafisica dei tubi, spiegando che a Dio non importa veramente di noi e che non è altro che un tubo che lascia passare le cose senza mai trattenere niente, una volta assaggiato un pezzetto della barretta offertagli dalla nonna sostiene di essere “nata per la grazia del cioccolato bianco”, e di essere lei stessa Dio. In un vortice di emozioni e sensazioni evocato dal solo senso del gusto – similmente a quanto accade al critico culinario Anton Ego quando assaggia la ratatouille nell’omonimo film – Amélie prende finalmente vita.
Improvvisamente, recupera in un batter d’occhio tutti i momenti della prima infanzia: cammina, parla, gioca e prova emozioni. Nonostante il film giochi molto sul fatto che a renderla viva sia stato il cioccolato, diviene presto chiaro che a conferire luce ai suoi occhi in realtà è stata colei che il cioccolato le ha donato. La nonna non ha semplicemente dato ad una bambina un cibo che solitamente non si darebbe da mangiare nei primi anni di vita; Claude ha, anzitutto, dato ad Amélie ciò che forse le era sempre mancato: un sincero interessamento nei suoi confronti. Sebbene i genitori si fossero preoccupati della sua condizione, ponendola nella sua bolla protettiva le hanno impedito di vivere e sperimentare, di scoprire realmente il mondo circostante.




Quando la nonna verrà a mancare e quando Amélie si troverà costretta a salutare anche la sua tata Nishio-San (Victoria Grosbois), con cui aveva instaurato un legame molto forte e piuttosto simile a quello che condivideva con Claude, sperimenterà le fatidiche fasi del lutto: dall’incredulità e negazione iniziale, dal rifiuto della realtà della perdita, fino ad arrivare all’accettazione, al riconoscimento della perdita come qualcosa di naturale che non va demonizzato.
La piccola Amélie ci ricorda che, in questo tipo di situazioni, i ricordi hanno un potere dirompente e possono davvero aiutarci a guarire le nostre ferite. Ricordare un passato gioioso ed ormai lontano non ci riporterà indietro le persone che lo hanno reso così speciale. Ciononostante, coloro che ci hanno lasciato un segno non smetteranno mai di accompagnarci nel viaggio della nostra esistenza, e i ricordi hanno la capacità di far ardere d’amore anche i cuori più tristi e di far risplendere ancora una volta gli occhi più privi di vita.

Quando siamo così fortunati da incontrare qualcuno che ci fa brillare gli occhi e che riporta in vita quelle iridi che prima sembravano così senz’anima, è chiaro che, a discapito di quanto durerà la loro presenza fisica nella nostra vita, ne sarà comunque valsa la pena, perché l’impatto emotivo non svanirà mai. Nessuno di noi è un dio di qualche tipo – neppure la piccola Amélie, che ne sembra tanto convinta – ma questa alla fine è una cosa positiva se esserlo significa essere un tubo divoratore che non ritiene assolutamente nulla. Essere umani vuol dire soffrire, ma ciò significa che abbiamo amato, che abbiamo vissuto qualcosa per cui valeva la pena essere felici e per cui saremo inevitabilmente distrutti quando sarà finita.
Carpe Diem è un motto centrale nel film. La verità più innegabile e straziante è che arriviamo a renderci conto di quanto qualcosa o qualcuno significasse davvero per noi solo quando è troppo tardi. Per quanto la mancanza fisica possa lacerarci, loro continueranno a vivere eternamente nei nostri cuori e, come disse il saggio orso giallo animato, “Quanto sono fortunato ad avere qualcosa che rende così difficile dire addio.”
La piccola Amélie fluttua sullo schermo come una luce fragile, tenera e silenziosa, catturando le fugaci meraviglie dell’infanzia con la delicatezza di una pennellata. Le parole sono rare, ma le immagini parlano da sole: sguardi, gesti ed il luccichio di un momento plasmano un mondo al tempo stesso fragile e incantato. Ciò che ci rimane una volta terminato il film non è tanto una storia, bensì una sensazione, come il bagliore residuo di un sogno che non siamo ancora pronti a lasciar andare.

C’è questa costante aria di calore contagioso che trasuda da ogni fotogramma e che è radicato nella sua onestà: la mancanza di comprensione della bambina non è dipinta come un ostacolo ma come un incoraggiamento, e questo è davvero bello ed ammirevole. Nel suo aspetto estetico il film ricorda un po’ quelli dello Studio Ghibli e forse non si distacca troppo da Ponyo sulla scogliera (Ponyo, 崖の上のポニョ, Hayao Miyazaki, 2008), nonostante quest’ultimo sia ben meno realistico, si prenda più libertà artistiche e sfoci nell’immaginario fantastico. In particolar modo, La piccola Amélie presenta una messa in scena del cibo da far venire l’acquolina in bocca che richiama molto la minuziosa cura che ritroviamo in altri film di Miyazaki come La città incantata (Spirited Away, 千と千尋の神隠し, Hayao Miyazaki, 2001), dove l’estasi culinaria ed il peccato di gola diventano veri e propri protagonisti.
Ogni tavola è un’opera d’arte. Il film è costituito da una tavolozza dai colori pastello vivaci ma tenui, che riflettono un po’ la spensieratezza e la naïveté dell’infanzia. È innegabile che la forza immediata del film risieda nel suo linguaggio visivo. Nonostante ogni fotogramma a sé meriterebbe di essere ammirato per ore data la sua bellezza, l’opera in toto è vibrante e ricca, e cattura il mondo così come potrebbe apparire attraverso le percezioni accentuate di un bambino. I colori sono audaci ed espressivi piuttosto che naturalistici; le immagini sono a tratti creative e stravaganti, e tutte agiscono come espressione persuasiva dell’innocenza, della curiosità e dell’intensità emotiva di Amélie. In ultima istanza, La piccola Amélie ci ricorda che non sempre i film d’animazione sono film “per bambini”, o quantomeno non soltanto per loro. Mentre in sala (alla proiezione a cui io ho assistito) i bambini ridevano e facevano domande a genitori, nonni o accompagnatori con cui erano venuti, gli adulti hanno versato qualche lacrimuccia. La storia della piccola Amélie infatti è molto più che una semplice prima scoperta del mondo da parte di un bambino. È, senza dubbio, un’investigazione sul lutto e sul modo in cui lo elaboriamo. È una meditazione unica e infantile su tutta la bellezza che la vita ha da offrire e su tutte le perdite che rendono quella bellezza degna di essere custodita, finché si può.


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