NUOVE USCITE
La produttrice di Sean Baker esce dall’ombra con un primo lungometraggio indimenticabile
di Nora Zine

Con il suo debutto alla regia, Shih-ching Tsou (storica produttrice dei film di Sean Baker) firma un’opera intensa e combattiva, un film che colpisce senza mai alzare la voce, capace di affrontare con ironia e tenerezza i tabù, le paure e le pressioni che le donne devono ancora subire oggi a Taiwan.
L’idea de La mia famiglia a Taipei (左撇子女孩 / Zuǒpiēzǐ nǚhái) era nella testa della regista da tempo: «Ma essendo un film in mandarino e ambientato a Taiwan, ottenere finanziamenti dagli Stati Uniti è stato impossibile», spiega Tsou nel dossier stampa diffuso da Le Pacte. Un paradosso emblematico: taiwanese, ha dovuto lasciare il suo paese per emanciparsi; americana, è tornata alle origini per riuscire davvero a esprimersi. E il risultato le dà ragione.
Per raccontare questa realtà, Tsou costruisce con grande sensibilità il ritratto di tre figure femminili alle prese con una società fatta di consumismo, divieti e tradizioni soffocanti. C’è Shu-Fen (Janel Tsai), la madre, costretta ad abbandonare la casa coniugale (non sapremo mai perché, e non è importante), che si ritrova a vivere a Taipei in un minuscolo appartamento. C’è I-Ann (Shih-Yuan Ma), la figlia maggiore, giovane adulta brillante e rabbiosa, costretta a rinunciare all’università per mancanza di soldi e finita a lavorare in una tabaccheria per un capo che diventa anche il suo amante. E poi c’è I-Jing (Nina Ye), la più piccola: sveglia, intraprendente e mancina, la “ragazza mancina” che dà il titolo al film (Left-Handed Girl, in inglese, traduzione letterale del titolo cinese).
Per sopravvivere, Shu-Fen apre una bancarella in uno dei celebri mercati notturni di Taipei, un’esplosione di luci al neon e colori sgargianti che diventa il vero cuore pulsante del film. Ma anche questo privilegio ha un prezzo elevato: l’affitto è caro e la minaccia di sfratto arriva presto. Quando la donna chiede aiuto ai genitori, economicamente benestanti, si scontra con il muro delle altre donne di casa, che chiudono cuore e portafoglio. Nessuna solidarietà femminile. Gli uomini, dal canto loro, sono quasi assenti: a parte Johnny (Brando Huang), il vicino di banco, gentile e innamorato, sembrano non esistere. Eppure il loro peso si avverte costantemente.
A mandare avanti la famiglia sono soprattutto le donne, come la nonna che arrotonda con piccoli traffici. Il nonno, invece, si fa portavoce delle tradizioni e delle superstizioni: è lui a convincere la nipotina che la sua mano sinistra è “la mano del diavolo”. Dopo molte esitazioni, I-Jing finirà per usarla davvero… per piccoli furti tra le bancarelle del mercato notturno. Tsou sceglie di filmare spesso all’altezza della bambina, adottando il suo sguardo curioso e attento.
Il confronto con Un sogno chiamato Florida (The Florida Project, Sean Baker, 2017) verrà spontaneo a molti, ma La mia famiglia a Taipei riesce a spingersi oltre, trovando una delicatezza e una profondità ancora maggiori. Tsou osserva con lucidità il rapporto con il denaro nelle famiglie asiatiche, l’importanza delle apparenze sociali e la tenace persistenza delle strutture patriarcali.

Il film trova il suo apice nell’ultima parte, con una lunga scena di compleanno familiare: tesa, dolorosa, magistrale. Un pranzo che si trasforma in un’esplosione di rancori, silenzi e verità mai dette, fino a diventare una scena memorabile. Grazie a un cast impeccabile e a una scrittura finissima, La mia famiglia a Taipei va ben oltre il semplice racconto di vita quotidiana, trasformandosi in un potente affresco intimo e sociale.

Lascia un commento