LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI

This entry is part 10 of 19 in the series N1 2026

NUOVE USCITE

La produttrice di Sean Baker esce dall’ombra con un primo lungometraggio indimenticabile

di Nora Zine

Left-Handed Girl. (L-R) Shih-Yuan Ma as I-Ann, Nina Ye as I-Jing and Janel Tsai as Shu-Fen in Left-Handed Girl. Cr. LEFT-HANDED GIRL FILM PRODUCTION CO, LTD © 2025.

Con il suo debutto alla regia, Shih-ching Tsou (storica produttrice dei film di Sean Baker) firma un’opera intensa e combattiva, un film che colpisce senza mai alzare la voce, capace di affrontare con ironia e tenerezza i tabù, le paure e le pressioni che le donne devono ancora subire oggi a Taiwan.

L’idea de La mia famiglia a Taipei (左撇子女孩 / Zuǒpiēzǐ nǚhái) era nella testa della regista da tempo: «Ma essendo un film in mandarino e ambientato a Taiwan, ottenere finanziamenti dagli Stati Uniti è stato impossibile», spiega Tsou nel dossier stampa diffuso da Le Pacte. Un paradosso emblematico: taiwanese, ha dovuto lasciare il suo paese per emanciparsi; americana, è tornata alle origini per riuscire davvero a esprimersi. E il risultato le dà ragione.

Per raccontare questa realtà, Tsou costruisce con grande sensibilità il ritratto di tre figure femminili alle prese con una società fatta di consumismo, divieti e tradizioni soffocanti. C’è Shu-Fen (Janel Tsai), la madre, costretta ad abbandonare la casa coniugale (non sapremo mai perché, e non è importante), che si ritrova a vivere a Taipei in un minuscolo appartamento. C’è I-Ann (Shih-Yuan Ma), la figlia maggiore, giovane adulta brillante e rabbiosa, costretta a rinunciare all’università per mancanza di soldi e finita a lavorare in una tabaccheria per un capo che diventa anche il suo amante. E poi c’è I-Jing (Nina Ye), la più piccola: sveglia, intraprendente e mancina, la “ragazza mancina” che dà il titolo al film (Left-Handed Girl, in inglese, traduzione letterale del titolo cinese).

Per sopravvivere, Shu-Fen apre una bancarella in uno dei celebri mercati notturni di Taipei, un’esplosione di luci al neon e colori sgargianti che diventa il vero cuore pulsante del film. Ma anche questo privilegio ha un prezzo elevato: l’affitto è caro e la minaccia di sfratto arriva presto. Quando la donna chiede aiuto ai genitori, economicamente benestanti, si scontra con il muro delle altre donne di casa, che chiudono cuore e portafoglio. Nessuna solidarietà femminile. Gli uomini, dal canto loro, sono quasi assenti: a parte Johnny (Brando Huang), il vicino di banco, gentile e innamorato, sembrano non esistere. Eppure il loro peso si avverte costantemente.

A mandare avanti la famiglia sono soprattutto le donne, come la nonna che arrotonda con piccoli traffici. Il nonno, invece, si fa portavoce delle tradizioni e delle superstizioni: è lui a convincere la nipotina che la sua mano sinistra è “la mano del diavolo”. Dopo molte esitazioni, I-Jing finirà per usarla davvero… per piccoli furti tra le bancarelle del mercato notturno. Tsou sceglie di filmare spesso all’altezza della bambina, adottando il suo sguardo curioso e attento.

Il confronto con Un sogno chiamato Florida (The Florida Project, Sean Baker, 2017) verrà spontaneo a molti, ma La mia famiglia a Taipei riesce a spingersi oltre, trovando una delicatezza e una profondità ancora maggiori. Tsou osserva con lucidità il rapporto con il denaro nelle famiglie asiatiche, l’importanza delle apparenze sociali e la tenace persistenza delle strutture patriarcali.

Il film trova il suo apice nell’ultima parte, con una lunga scena di compleanno familiare: tesa, dolorosa, magistrale. Un pranzo che si trasforma in un’esplosione di rancori, silenzi e verità mai dette, fino a diventare una scena memorabile. Grazie a un cast impeccabile e a una scrittura finissima, La mia famiglia a Taipei va ben oltre il semplice racconto di vita quotidiana, trasformandosi in un potente affresco intimo e sociale.

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Autore

  • Studentessa al secondo anno di DAMS, Nora nasce nel lontano 2003 nella stridente Parigi, ma cresce per lo più tra i bar del Pratello da genitori appassionati di cinema. Il suo primo ricordo legato a quest’arte è la visione di La corazzata Potëmkin alla tenera età di quattro anni per ragioni ancora da chiarire. Forse nella speranza che si addormentasse. Non ha funzionato: anzi, ha solo alimentato la sua curiosità. Da quel giorno spulcia tutti i cinema, i festival, le mostre e le rassegne che incontra sul suo cammino.


     

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