LA LEZIONE

NUOVE USCITE

E se il vero pericolo fosse la nostra stessa mente?

di Iris Cetrulo

Non tutti i thriller vivono di colpi di scena. La lezione di Stefano Mordini sceglie infatti una strada diversa: preferisce insinuarsi lentamente nello spettatore, costruendo un’inquietudine che cresce scena dopo scena. Presentato alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il film si muove su un terreno fragile e ambiguo: quello in cui la percezione comincia a incrinarsi e la realtà smette di essere un punto fermo.

Tratto dal romanzo di Marco Franzoso, il film segue Elisabetta, una giovane avvocatessa triestina interpretata da Matilda De Angelis. “Betta” ha difeso con successo il professor Walder, interpretato da Stefano Accorsi, accusato di violenza sessuale. Dopo il processo, il professore è stato reintegrato all’università, ma resta isolato e guardato con sospetto. Quando decide di intraprendere una causa contro l’ateneo, torna da Elisabetta chiedendole nuovamente aiuto. Lei, però, non è più così convinta della sua innocenza.

Mentre il professore riappare nella sua vita, il passato di Elisabetta riaffiora con forza opprimente: segnali sospetti, presenze elusive, la costante sensazione di essere osservata. Il ricordo del suo ex compagno, condannato per stalking, sembra tornare a perseguitarla. A poco a poco il confine tra realtà e paranoia si assottiglia. Ciò che Elisabetta teme è davvero reale, o nasce da una ferita che non ha mai smesso di sanguinare?

Mordini costruisce la tensione come una spirale lenta che trascina la protagonista verso un progressivo logoramento psicologico, una discesa verso gli Inferi. L’intreccio però, pur efficace nel creare atmosfera, paga il prezzo di una certa prevedibilità: la protagonista tormentata, il professore strano, l’ex compagno violento, la casa isolata nel bosco. Elementi familiari che riducono in parte la suspense e lasciano affiorare convenzioni di genere già viste. Il film non punta quindi tanto sullo shock narrativo quanto su un clima di costante instabilità, dove il dubbio diventa il vero motore della storia.

La tensione psicologica del film trova eco nella città di Trieste, che sembra vivere e respirare insieme ai personaggi, un dettaglio non casuale visto che il film è stato commissionato dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Mordini evoca l’aria inquieta descritta da Umberto Saba: la Bora che attraversa la città riflette il turbamento interiore della protagonista e l’ossessione silenziosa del professor Walder.

Un elemento simbolico centrale del film è “La canzone dei vecchi amanti” di Franco Battiato, versione italiana del celebre brano del cantautore belga Jacques Brel. Il testo racconta vent’anni di amore imperfetto, sopravvissuto tra litigi e tradimenti grazie alla scelta di restare insieme. Nel film, però, quella canzone diventa un fantasma sonoro che perseguita Elisabetta: ogni ascolto riattiva il ricordo della relazione violenta e ossessiva, trasformando l’idea di resistenza amorosa in un simbolo di prigionia emotiva. Il brano diventa così uno specchio della protagonista, ricordandole che i traumi del passato possono riaffiorare nei gesti più quotidiani.

Gran parte del peso del film ricade sulle interpretazioni. Accorsi costruisce il professor Walder come un uomo sfuggente e seducente, padrone del linguaggio e dei silenzi. Non alza mai la voce, non minaccia apertamente: persuade. Il suo è il volto più sofisticato del potere, quello che non impone ma insinua dubbi, manipolando con eleganza le percezioni di chi gli sta intorno. Matilda De Angelis, dal canto suo, restituisce con intensità la fragilità e la determinazione di Elisabetta. Il suo volto diventa il vero campo di battaglia del film: lì si riflettono paura, lucidità e resistenza, mentre la protagonista scivola lentamente verso una solitudine sempre più radicale. Forse il film tenta un piccolo omaggio a Polański, ma la potenza drammatica de La morte e la fanciulla (Death and the Maiden, 1994) rimane lontana anni luce: le tensioni ci sono, ma non mordono come dovrebbero.

Il finale lascia qualche perplessità. Nel tentativo di restare profondo e riflessivo, il climax psicologico si scioglie troppo bruscamente, lasciando alcune domande senza risposta. È una scelta che divide: da un lato rafforza l’ambiguità morale del film, dall’altro rischia di frustrare lo spettatore in cerca di una conclusione più chiara.

Nonostante queste incertezze, La lezione resta un thriller elegante e ambizioso sul piano morale. Mordini preferisce esplorare i meccanismi della manipolazione e del controllo psicologico piuttosto che inseguire la spettacolarità del genere. Il risultato è un film che non gioca a nascondino con lo spettatore fino all’ultimo fotogramma, ma lascia un’inquietudine persistente. Perché la paura più duratura, in fondo, non è quella che ci fa sobbalzare sulla poltrona. È quella che ci costringe a dubitare di ciò che credevamo di sapere.

Autore

  • Ha studiato al liceo scientifico e ora frequenta il DAMS. Grande appassionata di cinema e buona musica. Nei film, la prima cosa che nota è la fotografia. Ama i dettagli, le luci, i colori. Crede che ogni inquadratura racconti una storia. La musica accompagna le sue emozioni e ispira il suo sguardo creativo.


Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *