NUOVE USCITE
Ho trovato qualcosa di simile alla passione: la grazia
di Alessandro Capecci
Alla fine delle cene, dei pranzi e delle feste sfrenate ciò che rimane è soltanto l’incertezza. Con La grazia (2025) – presentato in concorso alla 82esima Biennale cinema di Venezia e arrivato nelle sale italiane lo scorso 15 gennaio – Paolo Sorrentino ha messo da parte l’aspetto più provocatorio e barocco del suo cinema – la decadenza romana de La grande bellezza (2013), il vuoto edonismo condannato a non poter comprendere sé stesso di Partenope (2024), la venerazione e l’ebbrezza del potere di Loro (2018), vero apice del cinema di Sorrentino – per dirigersi verso una posizione dimessa, silenziosa e ancor più introspettiva. Non che questi elementi gli siano lontani o inediti: Le conseguenze dell’amore (2004), This Must Be the Place (2011), Youth – La giovinezza (Youth, 2015) sono film estremamente raffinati, che fanno del carattere dimesso della messa in scena e della sottrazione dell’eccesso fulcri funzionali alla ricerca e alla comprensione esistenziale. Ciononostante, La grazia sembra agire sullo spettatore in maniera inaspettata.

Il Presidente della Repubblica italiana Mariano De Santis (Toni Servillo), alla fine del proprio mandato, si ritrova dinnanzi a due scelte politicamente importanti: la firma definitiva alla legge normativa sul diritto all’eutanasia e alla concessione di una grazia presidenziale in merito a due casi di omicidio molto simili tra loro. Mariano vive con la figlia avvocatessa Dorotea (Anna Ferzetti), è vedovo da anni ma non riesce a smettere di pensare all’esistenza trascorsa assieme alla moglie, e soprattutto al tradimento da lei compiuto con una persona a lui rimasta sconosciuta fino a quel momento.

L’Italia di Mariano De Santis è uno scenario d’antidoto rispetto a quella macchiata di allarmismo, di assurdità e populismo dalla politica contemporanea; è un’Italia pacifica e progressista, in cui la macchina del governo sembra funzionare nel migliore dei modi; è un’Italia piena di certezza, rappresentata da un Presidente che non casualmente viene chiamato “Cemento armato”. Eppure proprio quel Presidente si è intricato in un’avvinghiante rete di immobilismo e incertezza, continuando a guardare nella macchina da presa quasi per interrogare anche lo spettatore. Le risposte che non riesce più a trovare, tuttavia, non gli giungono in maniera extra-diegetica, ma gli vengono fornite dalla limpida Dorotea, rappresentante di una generazione e di un mondo successivi, a cui il testimone verrà lasciato in eredità con la speranza di una progressione di ideali – con una affettuosa connessione che la lega con il personaggio di Chase Infiniti nella sequenza finale di Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson, 2025). Eppure l’incertezza rimane nell’animo, e lo attanaglia.

Con chi lo tradì l’amata moglie Aurora? È moralmente giusto procedere a favore della legge sull’eutanasia? E soprattutto, a chi concedere la grazia? Alla non pentita Isa Rocca (Linda Messerklinger), che ha ucciso il marito abusivo e violento, o al professor Cristiano Arpa (Vasco Mirandola), che ha messo fine alla vita della moglie, annientata dall’Alzheimer? Nella ricerca delle certezze – di quelle dei personaggi e di quelle dello spettatore – l’esistenza scorre senza possibilità di essere imbrigliata, consumandosi in sé stessa. Nonostante Mariano De Santis riesca a prendere le proprie decisioni entro la fine del mandato – la legge viene firmata e Isa Rocca esce di prigione attraverso la grazia presidenziale –, alla fine sembra comprendere che quello stato di fluttuazione, di sospensione dalle fondamenta di ogni caposaldo, è forse quello stato l’essenza stessa della vita.
A chi scrive, mentre scorrevano i titoli di coda de La grazia, la questione è rimasta ancorata nella mente: è nell’incertezza che si trova la grazia di vivere, o forse proprio l’accettazione di questa non è altro che l’intorpidimento dell’esistenza stessa?

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