NUOVE USCITE
di Sara Pellacani
Girato a cavallo tra Longlegs (2024) e The Monkey (2025), Keeper – L’eletta (Keeper, 2025) è il sesto lungometraggio del regista Oz Perkins, uscito nelle sale italiane il 12 marzo. Già da inizio film (con la carrellata di volti di donne a noi sconosciute ma accomunate dallo stesso destino) capiamo quali sono le intenzioni di Perkins che, attraverso la coppia formata dal medico Malcolm (Rossif Sutherland) e dall’artista Liz (Tatiana Maslany), porta il suo elevated horror nel territorio delle relazioni sentimentali e della mascolinità tossica. I due infatti lasciano la città per trascorrere alcuni giorni nella remota casa di montagna di Malcolm, ma quello che doveva essere un rilassante weekend in un’oasi di pace lontano dal caos urbano si rivelerà presto luogo di inquietanti presenze.

Il regista utilizza lo scenario più classico (ovvero quello della coppia nella casa isolata tra i boschi) per mettere in scena una storia di mascolinità tossica radicata e di abuso emotivo: per tutto il film infatti vediamo Liz essere ritenuta una pazza da Malcolm, che le fa gaslight dicendole che tutto ciò che vede non è reale ed è solo frutto della sua immaginazione. Ciò che Perkins porta sul grande schermo attraverso il genere horror è una lunga tradizione di machismo rappresentata da Malcolm e dal cugino Darren (Birkett Turton) che, seppur caratterialmente diversi (il primo pacato e reticente, mentre il secondo irritante ed esuberante), trattano in egual modo le rispettive compagne, portando con loro una lunga storia di uomini che odiano le donne.

Il film inoltre fa leva su un rapporto di coppia fatto di verità nascoste, in cui nessuno dei due conosce realmente l’altro e il cui senso di ambiguità viene ampliato da un’abile messa in scena e dalla regia di Perkins, che sa guidare con estrema abilità lo sguardo dello spettatore, facendolo addentrare negli angoli più angusti della casa – una casa costruita sulla violenza e sulla prevaricazione di uomini che si sono fatti strada a discapito della figura femminile. Il film, nonostante il basso budget, ha successo dal punto di vista scenografico, in quanto caratterizzato da un’estetica folkloristica che lega la femminilità con elementi naturalistici (vedasi ad esempio le sovrapposizioni tra la figura di Liz e lo scorrere dell’acqua del fiume accanto alla casa). Proprio quest’elemento folkloristico ritorna nella trama della pellicola e rappresenta la base fondante degli avvenimenti del film, ma è proprio qui che la scrittura si fa più debole, in quanto, cercando di raccontare le “origini del male” che attanaglia la protagonista, emerge un quadro tutto sommato poco chiaro e sbrigativo (forse complice il fatto che il film sia stato girato durante lo sciopero del Writers Guild Of America).

Positive però rimangono le interpretazioni dei due protagonisti, ovvero Sutherland e Maslany. Proprio l’attore infatti porta perfettamente sullo schermo un uomo estremamente anonimo ed ambiguo, che attraverso il suo essere ignavo fa crescere nello spettatore una sensazione di rabbia e di sgomento nei suoi confronti. In conclusione, Perkins fabbrica una pellicola suggestiva e viscerale, con l’inserimento di figure del tutto inedite ed evocative, ma che purtroppo risulta fortemente incompleta dal punto di vista della scrittura.


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