INTERVISTA A CATERINA D’AMICO

di Davide Delledonne e Riccardo Morrone

Figlia del musicologo Fedele D’Amico e della leggendaria sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico (amica e storica collaboratrice di Visconti), Caterina D’Amico De Carvalho ha lavorato in teatro – al Festival di Spoleto e come aiuto regista di Giorgio De Lullo – e in radio, è stata Preside della Scuola Nazionale di Cinema presso il CSC, Presidente dell’Associazione Internazionale di Scuole di Cinema e Televisione CILECT tra il 2000 e il 2008 e amministratrice delegata di Rai Cinema tra il 2007 e il 2010, ha curato l’allestimento di oltre quaranta mostre e ha anche collaborato con Martin Scorsese in occasione di My Voyage to Italy (1999). Oggi è responsabile scientifico degli Archivi Luchino Visconti, Vera Marzot e Piero Tosi conservati presso la Fondazione Gramsci e in occasione della 40a edizione del Cinema Ritrovato ha curato l’ampia retrospettiva dedicata a Visconti. Abbiamo avuto modo di farle qualche domanda proprio sulla vita e sul cinema del regista meneghino.

Riccardo: Volevamo partire da una cosa che ci rendiamo conto non essere molto originale perché è una domanda che le sarà stata rivolta un migliaio di volte, ma se ci vuol dare qualche suo ricordo personale, autobiografico dell’uomo Visconti.

Caterina: Mah, era un uomo molto autorevole, nel senso che era una persona che fisicamente comunicava autorevolezza, quindi era una persona che incuteva un po’ di soggezione. Noi lo abbiamo conosciuto che io ero una bambina piccolissima perché quando io sono nata lui già lavorava con mia madre, quindi avevano un rapporto molto stretto. Per esempio, lui parecchie volte mia madre prendeva in affitto una casa per lavorare anche durante l’estate comodamente (a Castiglioncello) e lui veniva e stava a casa ospite di mamma anche per periodi abbastanza lunghi quando lavoravano, mentre se non lavoravano magari rimaneva per pochi giorni. Quindi, c’era questa convivenza. Io, bambina, studiavo pianoforte e il pianoforte stava, per capirci, nella stanza da pranzo e la mattina lì c’era la colazione. E io da bambina suonavo, e lui scendeva a fare colazione. Io gli chiedevo «Le do fastidio?» e lui «No, affatto, da bambino io la mattina facevo lezioni di musica, suonavo il violoncello, quindi mi fa piacere, mi diverte». Era una presenza abbastanza familiare, nonostante il fatto, appunto, che incutesse un certo timore reverenziale.

R: E dell’ultimo periodo della sua vita, l’ultimo ricordo?

C: Beh, avevamo molta più confidenza ovviamente quando ero adulta, anche perché mi è capitato facendo l’università – io ho fatto filosofia all’università – di fare per esempio, non mi ricordo più perché, un laboratorio che aveva a che fare con l’antropologia e abbiamo fatto delle cose che lo riguardavano… E poi, mi ricordo per esempio negli ultimissimi tempi fecero in televisione La terra trema una sera e io lo vidi e dissi «Madonna mia quant’è bello ancora, fa un effetto straordinario». E mia madre disse: «Ma telefonagli e diglielo!». Dico: «Ma non lo scoccio?». «No, ma figurati, gli fa piacere». Allora gli telefonai, era sera tardi fra l’altro, e lui mi rispose e io gli dissi: «Guardi l’ho visto… Luchino, ma quant’è bello ancora questo film, come tiene, come regge, come comunica… ha una forza, un’immagine straordinaria». E lui mi rispose: «Ma per carità, con quello speaker orrendo che ci hanno voluto mettere! Era molto meglio prima… però sono contento che ancora funzioni».

R: Volevo tornare su una cosa che lei ha detto nell’introduzione di Ossessione: lei presentandolo ha detto che Ossessione può essere inteso come una sinfonia in cui vengono presentati tutti i temi che verranno sviluppati più avanti. Si potrebbe fare lo stesso discorso, diciamo, ampliandolo al cinema italiano, rispetto ai primi tre film di Visconti? Insomma, come una fase in cui lui, nonostante il periodo per il cinema italiano sia quello neorealista, lui sia già quasi un po’ più avanti: è come se negli otto anni che vanno dal pre-neorealista Ossessione al già post-neorealista Bellissima – perché è un film che lo supera proprio a piè pari il neorealismo e mi pare che sia anche la prima sceneggiatura di Visconti firmata da sua madre – nasca quasi una nuova sensibilità che poi è la sensibilità che esploderà nel cinema italiano anche con vie diverse dalla sua espressivamente parlando. Secondo lei si può fare questo tipo di discorso?

C: Certo che si può fare. Quello che viene fuori dalle lettere di Visconti, per esempio, è che lui una volta fatto un film per il prossimo si poneva lui stesso il problema di andare avanti, di fare una cosa nuova, di tentare un percorso nuovo. E difatti se voi lo considerate bene, non si ripete. I film scaturiscono dall’esperienza precedente ma sono molto diversi: La terra trema è diversissimo da Ossessione, Bellissima è diversissimo dai precedenti; poi arriva Senso che è un’altra cosa ancora; dopo Senso diventerà la cosa piccola piccola che è Le notti bianche, un’opera intimista ma con una cifra visiva e stilistica molto forte, molto nuova, molto particolare. È chiaro che lui sta sperimentando, no? Poi da lì passa a Rocco che è ancora diverso, perché tu non puoi ricondurre Rocco a Ossessione come non lo puoi ricondurre a Senso però ne è figlio e vedi proprio i rimandi, i richiami e via così. In realtà quello più difficile da introdurre è proprio L’innocente perché è una specie di discorso di qualcuno che è arrivato a fine corsa.

R: Però, secondo me, il finale de L’innocente è comunque emblematico rispetto a quello che poi è stato lo sviluppo del cinema di Visconti. In un certo senso, c’è proprio la resa in di un uomo che probabilmente sapeva, mentre lo girava in sedia a rotelle, che insomma non ce ne sarebbero stati altri.

C: Sì, sì, vabbè ma lui in questo era molto aristocratico, no? Quindi la vita è quella che è, si accetta per quello che è, si combatte, si sta, si va. Ma voglio dire che con *L’innocente* gli è stato difficile in qualche modo trovare un’espressività ancora nuova. Un po’ perché non era il film che voleva fare ed è un film un pochino di ripiego, sempre proposto da lui, però di ripiego rispetto alle sue intenzioni. E un po’ perché è un personaggio che lui rigetta, respinge totalmente. Quindi non c’è nessun tipo di calore, di affetto nei confronti né di quel personaggio né di quella società che viene buttata via completamente. Se ci pensi, lui racconta lì un grumo di società che non ha nessun rapporto con la vita vera. Tu ti chiedi che fanno questi? Nulla. Lavorano? Che rapporto hanno col mondo? Nessuno. Sono in una bolla. Negli altri film non c’è mai questa situazione perché nell’isolamento del professore di Gruppo di famiglia in un interno tu hai però la tentazione della famiglia. È la tentazione di qualcosa che non ha avuto e da cui è scappato perché aveva paura, ma c’è la tentazione di aprire la vita a un contesto se non altro familiare. Qui non c’è niente: c’è il vuoto, c’è veramente il nichilismo che poi porta a questa concezione superomistica che poi porterà al fascismo, al concetto di supremazia che lui respinge e detesta. Quindi c’è questa freddezza e c’è questo senso di soffocamento che ti dà proprio l’arredamento, le case che sono sovraccariche e che sono comunque soffocanti. E qui io almeno credo di sentire un uomo che dice: «Vabbè, tutto quello che volevo dire l’ho già detto».

Davide: A proposito del nichilismo, c’era un rapporto o comunque una lettura da parte di Visconti di Nietzsche? Perché anche ieri guardando Ludwig mi è sembrato di trovarlo un po’ anche nel rapporto tra Ludwig e Wagner: questi uomini che non riescono bene a diventare un superuomo in senso nietzschiano. Cosa ne pensa?

C: Beh, c’è questa aspirazione sbagliata. Un’aspirazione che lui condanna in tutte e due le versioni, nella versione del principe e nella versione dell’artista, no? È chiaro che a lui non piace tutto questo, anche se è tentato da entrambe le strade perché entrambe hanno degli aspetti, come dire, positivi. Il giovane principe che dice «Io mi circonderò di artist!i» Ho capito ma è un poveretto il quale si rifiuta di assumersi le sue responsabilità nei confronti del suo Paese, il mondo fuori e comunque il contesto, no? Questo chiudersi in una vita che corrisponde soltanto alla tua logica e al tuo desiderio personale… questo lui lo racconta, lo analizza e sempre in qualche misura lo condanna, lo condanna da dentro. Perché poi Ludwig, quando lo vedi mangiato da dentro con quei denti neri è una sensazione orribile, di uno che s’è mangiato da solo.

R: Per quanto riguarda il discorso che lei ha fatto per L’innocente, non le sembra che possa valere anche per un altro film che costituisce un’anomalia nel percorso – o almeno è spesso considerato tale dagli studiosi viscontiani – che è Vaghe stelle dell’Orsa? Nel senso che è un film a proposito del quale Visconti ha detto a più riprese «Io guardo questi personaggi da lontano come degli insetti. Si scopre la pietra, li si osserva e poi la si rimette a posto», volendo quindi sottolineare più volte una distanza che lui ha da questi personaggi. Ciò ci porta a dover fare un discorso leggermente differente rispetto alla trilogia tedesca o al caso di Ludwig che abbiamo appena citato, perché si fatica a trovare le proiezioni dei tratti di Visconti nei personaggi. Quindi c’è una lontananza che lui stesso ha voluto sottolineare. Lei cosa ne pensa?

C: Penso che dici il giusto. Nel senso, Vaghe stelle in particolare per me è il film di Visconti che proprio a me non piace. Io mi ricordo benissimo quando è uscito a Roma al Barberini, mi ricordo com’ero vestita quando sono andata a vederlo e mi ricordo che sono tornata a casa e ho detto: «Mamma, ma è bruttissimo, ma come si fa?». E lei ha detto: «Sì, è proprio brutto». Allora le ho chiesto «Ma perché non hai levato il nome?» e lei ha detto «No, questo non si fa. Non è che uno sta insieme quando la ciambella viene bene e poi quando la ciambella viene male no… si è complici fino in fondo». E il film non è riuscito. Perché? Boh. Io mi ricordo, andai anche a Volterra quando lo giravano ma a me proprio non piace, quindi mi fa difficoltà parlarne: per esempio quando Farinelli m’ha detto «Scegliamo i film per la retrospettiva» gli ho detto Vaghe stelle non so che dire perché non mi piace. Volevo Lo straniero invece perché è anche quello un film minore però ha delle cose bellissime. Tutta la parte finale, tutto il processo è bellissimo.

R: Però, secondo me, Vaghe stelle dell’Orsa è comunque un film che ha una sua importanza se non altro formale. È un film potremmo dire tra i due mondi, nel senso che per certi versi è l’ultimo, perché è l’ultimo per esempio di Mario Serandrei, l’ultimo in cui adotta il bianco e nero (poi opterà sempre per il colore), però è anche il primo in cui c’è un certo impiego massiccio dello zoom che poi ritroveremo più avanti. Quindi secondo me ha una sua importanza che spesso si tende a mettere da parte.

C: Si mette da parte perché il film è meno potente degli altri. Francamente non so come sia potuto accadere perché comunque sia è un film che loro hanno curato molto, che hanno costruito molto, perché era un film fatto per la Cardinale: Cristaldi le ha chiesto un film per la Cardinale, e lui si era molto affezionato a Claudia quindi voleva darle una possibilità importante ed era la prima volta che Claudia si doppiò da sé perciò c’è tutta una costruzione dietro. E c’è la manipolazione di Elettra, il problema anche della Shoah però vissuta non nel senso cruento dei campi di concentramento ma nel senso anche privato di una complicità in qualche modo interna. C’è la borghesia, la famiglia, quindi ci stanno tanti temi suoi però poi il film a me non piace. 

R: Non so se lei è d’accordo ma secondo me c’è una certa difficoltà anche perché non si riesce a trovare Visconti nel film ma Visconti è nel film nella misura in cui è nell’ambiente, nel contesto, nell’accompagnamento musicale: il Preludio, corale e fuga di César Franck che è chiaramente autobiografico, nel senso che poi era con cui aveva grande familiarità, quello prediletto da sua madre. 

C: Sì, vabbè, lui ci mette sempre delle cose che conosce, no? Quindi tutti quanti mettiamo quello che conosciamo, perché ci è vicino, perché ha significato per noi. Però, certamente quella madre c’entra poco.

R: Per chiudere, una curiosità flash in chiusura che non c’entra neanche con Visconti: ho notato che lei era alla proiezione di Boogie Nights di Paul Thomas Anderson. Volevo sapere cosa ne pensa del film, non lo vedeva dalla sua uscita oppure magari era la prima volta che lo vedeva?

C: Adoro! No, non lo vedevo da allora. E io adoro Paul Thomas Anderson e Boogie Nights è stupendo.

R: È il suo film preferito di Paul Thomas Anderson?

C: Ma anche l’ultimo (Una battaglia dopo l’altra, n.d.r.) è splendido. E anche Il filo nascosto è fantastico.

Autori

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


  • Nato nel 2004 a Bologna, Davide Delledonne si ritrova oggi a studiare filosofia, anche se la sua vera passione sono le arti, nello specifico il cinema. Quando non è in sala trascorre il suo tempo leggendo libri pesanti e noiosi, ascoltando canzoni di artisti ormai sepolti e frequentando mostre che fà finta di capire. Ma d’altronde come prendere sul serio un ventenne che filosofeggia ancora con carta e penna? Non si può! Infatti, nessuno, compreso sé stesso, lo prende sul serio. Battezzato al cinema da Peter Jackson all’età di tre anni, non si è più ripreso dalla religione del film e si ritrova oggi a comprare più Dvd di quelli che una persona può umanamente guardare e più libri di quelli che effettivamente legge.

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