IL TRIANGOLO DENTRO ALLA STELLA: WES ANDERSON E FANTASTIC MR. FOX (DIALOGO IMMAGINARIO CON HENRY SELICK E NEIL GAIMAN)

This entry is parte 19 di 23 in the series N2 2026

TECNICA

di Sibilla Bissoni

Partirei con un’affermazione forte e chiara: Wes Anderson è un grande regista. 

I fatti che supportano in maniera forte e sicura la mia tesi sono innumerevoli, ma li posso riassumere in due constatazioni principali sull’iconico cineasta:

1) Il suo stile tecnico, estetico e narrativo è unico e riconoscibile.

2) La sua poetica è sempre originale e di grande valore umano.

Lodo Wes Anderson perché credo fermamente che avere una personalità così eloquente sia un enorme pregio per un artista. Sopratutto in un mondo dove tutto varia alla velocità della luce, saltando di qua e di là senza particolari problemi, qualcuno che è capace di mantenere una propria identità stilistica sicura per me andrebbe quantomeno apprezzato. 

Ed ora, cerchiamo insieme un dialogo che funga da confronto umano e critico di un caso studio specifico: Fantastic Mr. Fox (2009).

Il dialogo avrà la forma di un triangolo: l’angolo in alto che si interfaccia con i due in basso (non per fare gerarchie, ma solamente per tenere chiaro il punto del discorso) è Anderson, gli altri due sono Henry Selick e Neil Gaiman.

Questi due signori non sono di certo “gli ultimi della fila”: il primo è principalmente regista e produttore cinematografico – con la sua firma ha targato audacemente, tra le altre opere, Coraline e la porta magica (Coraline, 2009) e Nightmare Before Christmas (The Nightmare Before Christmas, 1993), entrambi in stop motion; e poi abbiamo Gaiman: fumettista, scrittore e sceneggiatore, colui che ha ideato e scritto il romanzo di Coraline (2002), da cui fu poi tratto il film di Selick, e che è anche autore dell’intera incredibile saga di Sandman (1988-1996).

Adesso, come parlano e come dialogano i tre sopracitati artisti? 

Se volessimo uscire dalla dimensione tecnica ed interfacciarci a qualcosa di più filosofico, si potrebbe dire esattamente questo: il loro comune denominatore è un qualcosa di magico ed impalpabile, ovvero la creazione di universi. 

Creare un universo non è da tutti e non devono farlo tutti: si può creare e dirigere un film – oppure scrivere un libro – che parla allo spettatore e che si innalza a “masterpiece” assoluto senza dipingerci intorno un mondo e poi ancora altri mondi vicini. Una storia non deve inserirsi in qualcosa di più grande per valere, e non tutte le storie sono adatte a questo ruolo. 

Fatto sta che i tre angoli del nostro triangolo hanno creato un immaginario, dei mondi e poi, infine, un universo narrativo, estetico e poetico coerente e magistrale. 

Selick affresca con la sua personalità artistica un mondo gotico, surreale e dolcemente inquietante. I suoi personaggi, animati con la rinomata, difficilissima e spesso sfortunata tecnica dello stop motion sono spesso allungati e bislacchi (strizzando l’occhio ad un contesto chiaramente perturbante), fino però a sfociare (frequentemente) nel fantasy più lugubre. 

Gaiman è un autore che ha fatto letteralmente ed indubbiamente la storia della graphic novel contemporanea. Scrivendo ed illustrando la saga iconica di Sandman, egli ha recuperato un personaggio DC poco considerato e lo ha fatto diventare un dio dei sogni che, con la sua famiglia di concetti, dei e spiriti vari, si interfaccia con gli umani “normali” vivendo avventure fantasmagoriche, nonché profondamente psicologiche e mitologiche. Gaiman collaborerà attivamente anche nella creazione di una fortunata e validissima serie TV Netflix (The Sandman, Neil Gaiman, David S. Goyer, Allan Heinberg, 2022-2025), che trae ispirazione proprio da questa saga. 

Wes Anderson – tralasciando temi scontati come: la perfezione delle sue palette cromatiche, della fotografia delle sue opere e delle sue simmetrie più che affascinanti – è stato capace di creare un vero universo tecnico e poetico, in cui ogni film non è solo un gradino in più in una carriera stellare, ma un mondo nuovo, che si allinea nel sistema di una galassia fatta di colori pastello e di personaggi indimenticabili.

Ed in questa fiaba a metà tra filosofia complessa e carezze ricevute da una persona che ti ama che è il cinema di Anderson, vorrei proseguire parlando più nello specifico del lungometraggio che dà il titolo a questo articolo e che crea un pianeta centrale nell’universo dell’autore.

Fantastic Mr. Fox (2009) è il pianeta della libertà personale e dell’amore universale. Si tratta di una pellicola realizzata interamente in stop-motion, in una maniera che rimane tutt’ora scolpita nell’immaginario di molti. La storia è facile da comprendere da grandi e piccini. Con un’arguzia che è appartenuta a pochissimi cineasti, Anderson è riuscito a mantenere due linee parallele (una che insegna tanto ai bambini, l’altra che fa riflettere profondamente gli adulti) di narrazione che diventano più volte incidenti nel corso del tempo, congiungendosi in diversi nodi in cui le sensibilità dei due target possono abbracciarsi e sovrapporsi, permettendo così una fruizione dolcemente collettiva.

L’utilizzo dello stop-motion qui ha una valenza duplice, in quanto da un lato è adatto ad un adattamento di quello che di fatto fu un libro per bambini del grande Roald Dahl, dall’altro si interfaccia, per quanto riguarda la sua estetica e le scelte della fisionomia di pupazzi e scene varie, ad un fatto non trascurabile: a Dahl non piacevano i bambini, anche se scriveva per loro. Spesso il signor Volpe e i vari personaggi della pellicola appaiono grotteschi, inopportuni e spietati… Ma non era un film per bambini? Tranquilli, lo rimane; anzi, acquisisce una valenza ancora più grande, ossia quella di spiegare senza falsità ai più piccoli che il mondo non è giusto, ma è complesso e incomprensibile se non con la chiave della libertà e dell’amore.

Il film è un racconto di vita che tocca tanti temi importanti, come un fiume soave ma inarrestabile: il contatto perso e ritrovato con Madre Natura, l’amore profondo, la spinta dell’istinto, la liberazione dalle catene sociali e dalla razionalità. 

La cosa interessante a proposito di ciò che accadde prima della realizzazione del film riguarda la scelta originaria di chi dovesse dirigerlo secondo la produzione – sì, sto per nominare Selick. 

il “genio” dello stop-motion si impegnò, inizialmente, nella promessa di realizzazione di un film basato sull’opera letteraria di Dahl, ma poi Selick abbandonò il processo di pre-produzione per dedicarsi completamente a Coraline, più adatto al suo stile e alle sue tematiche predilette. Selick non è famoso per essere adeguabile ad idee e poetiche altrui, e neanche per non ammettere la migliore osmosi che poi fu effettivamente possibile tra Fantastic Mr. Fox e Anderson. Se quest’ultimo è amante spassionato del giallo e del beige, Selick è sicuramente più avvezzo al blu notte e al nero. 

Gaiman aveva immaginato e scritto, come già detto, Coraline, un romanzo che può essere apprezzabile sicuramente dai ragazzi, ma che nasconde migliaia di sottotesti e spunti che solo un adulto ricco di amore per l’autoanalisi può veramente cogliere. 

Il romanzo è già sulla carta estremamente visivo (ed illustrato, non in tutte le versioni, da Dave McKean) e facilmente immaginabile, con personaggi e scene palpabili. Questo anche perché Gaiman è innanzitutto un disegnatore visionario che, solo scrivendo, non sta decidendo di dipingere sul foglio, ma direttamente nella mente del lettore. 

Ed ecco un altro filo che si tesse nel triangolo: Selick dirigerà l’adattamento cinematografico del libro, creando un film stop-motion che diverrà in fretta una delle opere realizzate con questa tecnica più apprezzate, conosciute e viste della storia. Il film è tutto tranne che palesemente mainstream, eppure lo diventa e lo rimane tuttora, erigendosi a spiraglio raro di vera inquietudine umana nel cinema sia per adulti che per bambini.

Sicuramente se Coraline non fosse composto di pupazzi né di disegni fatati sarebbe un horror psicologico dai tratti fantasy vietato ai minori di quattordici anni. Ed invece, grazie alla tecnica che, purtroppo, raramente è stata vincente nel cinema d’oggi e di ieri (sia per ragioni di tempo e soldi, sia per estrema difficoltà nella realizzazione credibile di una storia animata di pupazzi con milioni di possibilità di movimento), riesce a spiegare dei mostri orrendi ai più piccoli, spesso traumatizzandoli.

Ed ecco la fine del piccolo filo che collega i tre punti del triangolo iniziale: tre autori che, sia nella realtà che nell’immaginario poetico dell’arte del cinema, si sono incontrati e si incontrano ancora oggi. Anderson è più colorato e sorridente nelle sue storie dolci e amare, eppure parla all’animo più profondo, proprio come fa Selick con i suoi pupazzi dai tratti perfettamente artigianali e perturbanti. E poi ecco il deus ex-machina di questa storiella e del triangolo, ossia Gaiman: personaggio controverso, demiurgo di storie e mondi assurdi che diventano costantemente miti.

Il cinema di Wes Anderson non può essere assolutamente sminuito a virtuosismo inutile o a bel dipinto impressionista privo di sotto-trame; è piuttosto un’opera d’arte completa e pienissima. 

Il cinema di Wes Anderson è favola che si fa carne, filastrocca che si fa epopea, colori e simmetrie che diventano amore profondo.

Selick trasforma invece il mondo quotidiano in un vortice kafkiano, allungando le figure e ponendo al centro una dolcezza color catrame, mentre Gaiman dipinge un universo oscuro tra leggenda e unicità.

Ed eccolo il triangolo che diviene stella di un unico, grande universo. Si tratta di una stella disegnata da un bambino che si fa troppe domande per la sua età: una punta è Gaiman, una Anderson, una Selick, una è la nostalgia affascinante per il buio ed una, l’ultima, è la forza di avere una visione che tutti, un giorno, possano apprezzare. 

N2 2026

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Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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