FIL ROUGE: CINEMBLEMA- I NOSTRI FILM PREFERITI
di Iris Cetrulo
Un uomo scende di corsa da un taxi che sfreccia nel caos del traffico, tra clacson e polvere. Non perde tempo a guardarsi intorno. Appena arrivato, corre verso la stazione, diretto a un treno già in partenza. È uno di quei vecchi convogli indiani con il balconcino aperto in coda, dove sembra sempre possibile saltare all’ultimo secondo. Ma la sensazione dura poco. Il treno prende velocità, la distanza aumenta in fretta, e quello che era un tentativo diventa una rincorsa inutile. Poco dietro arriva un altro uomo che rincorre lo stesso treno, ma a differenza del primo riesce a raggiungerlo. È Adrien Brody nei panni di Peter, che con un gesto rapido e sicuro lancia i bagagli sul balconcino posteriore e poi si aggrappa al treno, salendo al volo mentre il convoglio accelera e si perde nel paesaggio indiano.

Così inizia Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007) di Wes Anderson. E da quel momento il film cambia subito prospettiva: non è più la storia di un viaggio “da fare”, ma quella di tre fratelli, Peter, Jack (Owen Wilson) e Francis (Jason Schwartzman). Il loro viaggio sul treno Darjeeling Limited è una forma di terapia forzata, orchestrata dal fratello maggiore Francis, che vuole riunire la famiglia dopo la morte del padre.
Il film fa una cosa molto precisa: li lascia dentro quel treno per la maggior parte del tempo. Anderson non usa il treno come semplice mezzo narrativo, ma come una specie di bolla emotiva. Dentro quel corridoio stretto, tra tende tirate e sguardi evitati, i fratelli non possono scappare. Eppure è proprio lì che continuano a farlo, ognuno in modo diverso: uno con il controllo, uno con l’ironia, uno con l’irrequietezza.

La cosa interessante è che il viaggio non li avvicina subito. Anzi, all’inizio li rende quasi più evidenti nelle loro distanze. Sono fratelli, sì, ma condividono la stessa stanza senza riuscire davvero a capirsi. Sono vicini fisicamente, ma lontani in tutto il resto: parlano senza ascoltarsi davvero, si interrompono, si correggono, si feriscono senza volerlo.
Wes Anderson lavora con la sua solita precisione. Tutto è simmetrico, ordinato, colorato in modo maniacale… e tuttavia dentro quell’ordine c’è un continuo piccolo disastro emotivo. È come se il film ti dicesse: guarda quanto è controllato tutto fuori, e poi guarda quanto non lo è dentro.
In questo equilibrio già instabile, la madre occupa un posto fondamentale non perché sia presente, ma proprio perché non lo è. Vive in India come suora missionaria e appare come una figura distante e quasi mitologica: non una presenza affettiva immediata, ma una specie di enigma spirituale che i figli inseguono più per bisogno che per reale comprensione. Quando finalmente la incontrano, il film non costruisce un grande climax emotivo tradizionale; piuttosto, smonta l’aspettativa. La madre non è la soluzione del dolore, ma un’altra forma di distanza. Una distanza diversa, più silenziosa, forse definitiva. E i figli devono accettare che non tutto si ricompone.

La verità è che The Darjeeling Limited non parla di riconciliazione nel senso classico del termine. Non costruisce un finale risolutivo, né una vera “guarigione”. E questo è forse il suo punto più onesto. Il film non punta a riparare i legami, ma a mostrarne la resistenza nel tempo, anche quando restano imperfetti.
Il finale si chiude su un’immagine già vista — la corsa per prendere il treno — ma ora non è più un gesto solitario: i tre fratelli corrono insieme. Di tutto questo resta qualcosa di più sottile: tre fratelli che provano, a modo loro, a non perdersi del tutto lungo la strada.

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