IL TEATRO PUÒ ANDARE AL CINEMA? IL CASO DI “SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”

This entry is part 27 of 35 in the series N8 2025

TECNICA

Di Sibilla Bissoni

Era il 1935 quando Max Reinhardt e William Dieterle decisero di realizzare il film Sogno di una notte di mezza estate (A Midsummer Night’s Dream), una delle opere shakespeariane per eccellenza, adattata per il teatro innumerevoli volte nei secoli, amata da filosofi e letterati di tutto il mondo.

Il sogno del Maestro dei drammaturghi si svolge in un luogo naturale e fatato, tra folletti ed altri personaggi strambi e magici, tra regnanti capricciosi e curiosi antagonisti. Attraverso il classico intreccio di malintesi e inusuali situazioni, si arriverà ad un’epopea di personaggi che si muove in un ambiente affascinante fino all’atteso lieto fine; come diceva Shakespeare: “All’s well that ends well”.

Ci troviamo nella Hollywood patinata ed entusiasta dei ruggenti anni Trenta e Max Reinhardt è fuggito dal nazismo dell’Austria in cui è nato e cresciuto per approdare negli Stati Uniti e continuare il suo lavoro di regista teatrale. L’uomo fu una figura fondamentale nella storia della regia del Novecento: teorico del teatro dello spirito del sogno, mise in scena più volte sui palchi più importanti del Vecchio Continente la sopracitata opera di Shakespeare. Reinhardt fu innanzitutto un visionario: senz’altro amante del tema onirico nella commedia, puntò sempre alle scenografie più spettacolari nelle sue rappresentazioni. È importantissimo, a tal proposito, ricordare gli alberi veri che montò su di un enorme palco girevole (che permetteva, quindi, una fluidità totale tra le scene, senza bisogno di pause che interrompessero il sogno). Così, la foresta del famoso sogno estivo divenne realistica nella sua magia, complici anche i costumi curatissimi dei personaggi.

Nell’epoca dei grandi totalitarismi europei, è facilmente deducibile il fatto che l’opera di questo regista non venne particolarmente apprezzata, salvo un primo momento di celebrità assoluta durante i suoi esordi. Si tratta di un’era di riflessione sulle tragedie più grandi, che tutt’ora l’Europa ricorda con commozione. Pensare a sognare trasportandosi in un mondo magico non era la priorità, sopratutto nell’universo degli intellettuali e dei critici che vivevano in quel momento, molto impegnati nel pensiero tragico e serio su quella orrenda attualità, sempre più difficile da ignorare.

Reinhardt non era un ingenuo né un menefreghista. Parlò esplicitamente di come il teatro per gli spettatori dovrebbe essere un posto gioioso, dicendo che è molto più difficile e complesso riflettere sulla gioia che sul dramma del terrore. Di certo si tratta di una posizione che si distanzia abbastanza dalla maggioranza degli scritti e delle rappresentazioni artistiche più disparate degli anni Trenta e Quaranta; questo, però, non la rende filosoficamente meno valida, nonostante il fatto che, allora come oggi, il fascino è riconosciuto più spesso nel male che nel bene.

Torniamo però alla pellicola. Re-inventarsi filmmaker dal mondo teatrale di un altro continente fu, con molta probabilità, un bisogno economico importante, unito senza dubbio ad una voglia di sperimentazione. Reinhardt decise di mettersi in coppia con il regista più esperto, in particolare in materia di adattamenti e biopic, William Dieterle. Insieme, i due realizzarono un film che in fatto di effetti speciali, costumi e scenografie si poneva all’interno di un canone estetico parecchio elevato e rispettabile.

Prodotto da Warner Bros., punta di diamante delle Majors e parte delle “Big Five” della Hollywood classica, il film fu accolto discretamente da pubblico e critica. Ad oggi non è di certo annoverato come uno Scarface – Lo sfregiato (Scarface, 1932) di Howard Hawks (ci mancherebbe), ma è comunque un lungometraggio divertente e piacevole da rispolverare.

Sul set, Reinhardt dava ordini ed indicazioni in tedesco e Dieterle, che conosceva la lingua, traduceva efficacemente l’amico in inglese con troupe e attori. Questo aneddoto non è utile solo a far sorridere, ma fa comprendere la situazione in modo un po’ più approfondito: siamo negli USA, in un’epoca di mix culturale davvero imponente; i fuggitivi europei erano migliaia di migliaia e cercavano di arrovellarsi nel Nuovo Mondo, ognuno nel suo mestiere e seguendo le sue capacità. Quasi nessuno avrebbe voluto partire, ma quasi tutti rimasero ammaliati e in seguito catturati dall’American Dream. Assolutamente doveroso specificare quanto quest’ultimo fosse forte e strabiliante negli studios californiani.

La commedia è tecnicamente abbinabile alle sue sorelle simili di quell’epoca: non ci sono grandi virtuosismi e le scenografie hanno comunque uno stampo teatrale e caratterialmente accostabili al pensiero di Reinhardt, che rimane comunque visibilmente presente, seppur (inevitabilmente) adeguandosi al medium diverso.

Diventa chiaro sin dall’inizio del film – e palese continuando la visione – che il regista teatrale non ha saputo ricreare il mito della rappresentazione che fece anni addietro in Europa. Colpa del cambio di piattaforma di fruizione e dell’arte che si fa mezzo dell’opera oppure di una battuta d’arresto creativa del neonato cineasta? La risposta è ovviamente più complicata e non si può fornire in maniera secca ed immediata.

Le diversità tra teatro e cinema sono palesi a tutti, è abbastanza inutile elencarle; sarebbe ugualmente superfluo e senza senso cercare pro e contro di una o dell’altra arte. La realtà risiede probabilmente in una storia dolorosa, quella che vede, nelle prime decadi del Novecento, la “sostituzione” ed il sorpasso del cinema sul teatro. I registi teatrali che non seguirono la via della completa innovazione del modo di intendere il loro mestiere e la loro opera vennero quasi completamente annullati. Giustamente, da un punto di vista commerciale perseguire il naturalismo di scena o anche un’atmosfera fantastica come quella voluta da Reinhardt non conveniva più all’interno delle spietate leggi del mercato. Quelle cose, e molto altro, ora le facevano i film, e le rappresentazioni teatrali dovettero distanziarsi e rinnovarsi, sia filosoficamente che nella mera pratica.

Sogno di una notte di mezza estate ricevette tantissimi tagli sia nella pellicola, sia dall’opera originale su cui si basa. Questo viene indicato da molti come la principale motivazione del perché non sia stato apprezzato enormemente dal pubblico e, sopratutto, poco ricordato. Nonostante Reinhardt avesse già lavorato a due film muti in precedenza, si nota anche un’inesperienza e un’inadeguatezza nei confronti del nuovo medium cinematografico, a cui si approcciò per la prima volta in sonoro.

Ciò che più rimane del film, escludendo le eccellenti interpretazioni di divi celeberrimi dell’epoca come Mickey Rooney e Dick Powell, è un senso di spensieratezza ed allegria. Nel film non mancano momenti puramente divertenti, che giocano sempre all’interno di una trama per sua natura favolesca e ottimista. Ed ecco il lascito di Reinhardt: la bellezza nella gioia.

Odiato ed amato, Max Reinhardt non ebbe fortuna al cinema. Una voce fuori dal coro: non una voce scomoda, ma una voce sognante e dolce. Quindi, è possibile portare il teatro al cinema? Si potrebbero fare tantissimi altri esempi certo, ma ho voluto portare questo per riflettere ovviamente su di un punto di vista tecnico, nonché umano, della questione.

Indubbio è che questa trasposizione è possibile e lo fu anche allora, ma è meritevole? Non lo so. Lo stupore che può suscitare una tecnica teatrale ben eseguita è in gran parte dovuta alla componente che vede oggetti e attori in carne ed ossa su un palco poco lontano dal pubblico; la distanza, quindi, si annulla e il pubblico diviene partecipe, non sempre nello stesso modo, ma quasi per forza. Il cinema è differente, il pubblico partecipa in un altra modalità, legata a ciò che vede su di uno schermo e a ciò che sente, dentro all’anima e nelle orecchie.

Un regista di teatro innegabilmente dovrà adeguare la sua poetica al grande schermo, modificandola e persino rivoluzionandola. Forse quella gioia, da molti classificata illusoria, che Reinhardt voleva trasmettere con alberi veri piantati su un palco girevole, capolavoro dell’architettura scenica, fu impossibile da adeguare ad Hollywood. L’industria del cinema targata USA non sapeva che farsene delle favole teatrali di un austriaco, eppure la Warner gli offrì ogni mezzo per realizzarle, magari sapendo già in partenza che il sogno di gioia ed allegria di Reinhardt doveva per forza morire insieme alla Belle Époque, lasciando a noi qualche risata spensierata dal sapore amaro.

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Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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