NUOVE USCITE
Di Riccardo Morrone
Quasi dieci anni: tanto si è fatto attendere il ritorno dell’universo di J.R.R. Tolkien al cinema, anche se non è chiaro se qualcuno lo attendesse davvero. Dieci anni colmati dalle varie riproposizioni in sala in tutte le salse (dalle versioni estese al 4K) della Trilogia di Peter Jackson, prima dell’arrivo di questo nuovo tuffo nella Terra di Mezzo, stavolta in versione anime, un oggetto del mistero fin dal suo annuncio. A chiarirci le idee ci ha pensato la stessa New Line specificando, con una mossa forse non felicissima a ridosso della release statunitense, che il progetto era stato messo in piedi dalla gestione precedente per non perdere i diritti di sfruttamento cinematografico della saga di Tolkien.
Il Signore degli Anelli: La guerra dei Rohirrim (The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim) attinge a piene mani dal bagaglio iconografico di Jackson; o quantomeno ci prova: ci sono gli Olifanti, le Aquile, ovviamente il Fosso di Helm e il riciclo di archetipi e topoi già consumati, soprattutto in relazione a Rohan. Al centro dovrebbe porsi il racconto di formazione della giovane e indomita principessa Héra (evidentemente modellata sul personaggio di Éowyn, qui voce narrante), nel contesto di una faida tra clan dilagata di colpo in una sanguinosa guerra. Ambientata circa 180 anni prima delle avventure di Frodo, la storia è in effetti lineare e ben eseguita, ma incapace di intercettare le giuste atmosfere tolkieniane, nonostante i numerosi rimandi alla lore (c’è anche un cameo “di pregio”).
Si preferisce dare spazio a prevedibili intrighi di palazzo e giochi di potere (sul modello di Game of Thrones?) a scapito dell’esplorazione della protagonista e degli altri comprimari lasciati in superficie: ad esempio, viene presentato il leggendario Re di Rohan Helm Mandimartello, qui più che altro nei panni del padre burbero e del monarca offuscato e mal consigliato; ma, benché riecheggino in lui alcuni tratti propri di Re Théoden, egli non sfiora neanche la dignità e la genuina virtù che caratterizzavano il sovrano di Rohan ne Le due torri (The Lord of the Rings: The Two Towers, Peter Jackson, 2002). Nel complesso, invece, si distingue il personaggio di Wulf, un villain abbastanza credibile, ossessionato più dalla rivalsa nei confronti di Héra che dalla vendetta nei confronti di Helm.

A conti fatti, il budget contenuto (30 mln di dollari) non attenua del tutto le responsabilità del regista Kenji Kamiyama, allievo del grande Mamoru Oshii allo studio Production I.G, di fronte agli esiti artistici piuttosto incerti di questo prodotto. Non si tratta solo della qualità altalenante del suo comparto tecnico – riscontrabile nella faticosa combinazione tra animazioni 2D e CGI, nella scarsa fluidità e nella modestia dei dettagli e dei fondali – ma è anche la gestione di alcune sequenze d’azione a non lasciare particolarmente convinti. Manca il necessario respiro epico, scarseggiano audacia e inventiva e, nonostante le potenzialità interessanti, mal si amalgamano lo stile visivo giapponese e il registro narrativo americano di una storia nata dalla penna di un britannico. Ed è così che tristemente l’anima nipponica della pellicola si rivela più che altro nella sua dimensione di OAV (original anime video), l’equivalente orientale del “sequel da cassetta”, un giocattolo innocuo privo tanto di ambizione quanto di ispirazione.
A fronte di un investimento tutto sommato modesto (e di un altrettanto modesto riscontro al box office), siamo certi che questo prodotto non rappresenti niente di più di un’entrée per i nuovi progetti in cantiere alla Warner curati da Peter Jackson e da sua moglie Fran Walsh (per quanto ne sappiamo The Hunt for Gollum è previsto per l’anno prossimo); ma, a giudicare dall’antipasto, le prospettive di sicuro non sono esaltanti.

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