IL MAESTRO

This entry is part 16 of 35 in the series N8 2025

NUOVE USCITE

Di Riccardo Morrone

«Un niño pequeño caminó un poco por la arena / Con su audacia comenzó a cambiar el mar de donde / Regresa, entra en mí / Tan pronto como crecí» (Guillermo Vilas)

Nel tennis professionistico si definisce (informalmente) “Maestro” il giocatore che trionfa nell’atto conclusivo dell’ATP Tour, il torneo che una volta si chiamava appunto Masters e ora prende il nome di ATP Finals. Suona allora quantomeno come una curiosa coincidenza la data di uscita de Il maestro (Andrea Di Stefano, 2025), collocata nella stessa settimana delle ATP Finals di Torino: quelle in cui domenica 16 novembre Jannik Sinner si è confermato “Maestro” imponendosi sul rivale Carlos Alcaraz con il punteggio di 7-6 7-5.

Giugno, 1989: l’estate italiana è alle porte e il diciassettenne Micheal Chang ha appena completato l’impresa della vita battendo Ivan Lendl agli ottavi del Roland Garros. Felice Milella (Tiziano Menichelli) è un giovanissimo ‘pallettaro’ timido e schematico, che interpreta il tennis in maniera robotica come il suo idolo Lendl, arroccato dietro la linea di fondo e “telecomandato” a bacchetta dal padre Pietro (Giovanni Ludeno): è quest’ultimo ad aver deciso che Felice, anziché andare in vacanza, passerà l’estate in giro per l’Italia a giocare tornei validi per il ranking nazionale. Così, accoppiato ad un nuovo coach – il trasandato e depresso ex professionista Raul Gatti (Pierfrancesco Favino) –, Felice affronterà un itinerario estivo bizzarro e irregolare almeno quanto il cammino di Michael Chang a Parigi, un viaggio punteggiato da tante sconfitte (sul campo e fuori) ma anche da bugie continuamente smascherate, tante risate ed incontri imprevisti. Muovendosi a partire dalle esperienze autobiografiche dello stesso regista e dalle suggestioni di Open (2009) di Andre Agassi, Andrea Di Stefano e Ludovica Rampoldi confezionano un’opera vivace e scorrevole: Il maestro è, infatti, un film che parte forte e deciso come un servizio di Ivo Karlović, salvo poi incartarsi leggermente nel finale come un colpo a rete di Zverev nei momenti che contano; ciò soprattutto a causa di alcune increspature che, in particolar modo nel terzo atto, minano il fragile equilibrio tra comico e drammatico.

Forse non è una coincidenza solo la collocazione distributiva: nel momento storico in cui in Italia una partita di tennis (la già citata finale di Torino) colleziona quasi sette milioni di telespettatori, è plausibile credere che non sia del tutto casuale la scelta del tennis come espediente narrativo per dare corpo al duplice racconto di formazione che la pellicola porta avanti parallelamente, ovvero quello di scoperta ed emancipazione dai codici paterni di Felice e quello di ri-formazione – o meglio, di riappropriazione personale – di Raul. In tal senso, Il maestro attua un’operazione interessante su due livelli: in primis, “demolisce” ed esorcizza, attraverso la sua vis comica, un certo tipo di mascolinità, quella granitica e in fin dei conti gravosa di chi, come i due padri Pietro e Raul, pretenderebbe di mostrarsi tutto d’un pezzo e finisce per nascondere di continuo le proprie lacrime, celando lo sguardo dietro un paio di occhialoni scuri; in secondo luogo, l’opera lascia in filigrana il ritratto di un’Italia che, a distanza di un solo anno dai 90s e dai Mondiali di calcio in casa, risulta ancora fortemente provinciale, spartita tra «i figli dei ricchi» che possono permettersi di giocare serve and volley e gli altri che sono (o forse credono di essere) costretti a “remare” da fondocampo e comportarsi da ‘risultatisti’. Ecco, a questo proposito è bene operare una precisazione: se la Milano notturna de L’ultima notte di Amore (2023) rappresentava un tentativo perfettamente riuscito di aggiornare il poliziottesco ripensando le atmosfere urbane del cinema di Di Leo, Il maestro non riesce a raggiungere la brillantezza e la profondità della grande commedia all’italiana e tale accostamento (proposto da vari critici e opinionisti) ci pare forzato e pure un tantino inopportuno.

A quanto sembra, la coppia di doppio Di Stefano-Favino, un sodalizio inatteso ma vincente, continua a funzionare straordinariamente bene. Il contributo di Pierfrancesco Favino è, infatti, fondamentale per dare compiutezza al fragile e incostante Raul Gatti attraverso una prova maiuscola, in grado di elaborare e riflettere profondamente il senso di inadeguatezza del personaggio, quelle cicatrici dolorose nascoste dietro ai polsini. Allo stesso modo, al quarto lungometraggio, Di Stefano dimostra una pulizia stilistica ragguardevole, rifinita da un tessuto di brani musicali italiani selezionato con cura e molto variegato – da Franco Battiato al geniale duo composto da Cochi e Renato – e da qualche «strappo nel cielo di carta» (come l’inquadratura finale) degno di Challengers (Luca Guadagnino, 2024). In definitiva, un po’ dispiace che Di Stefano abbia abbandonato – o quantomeno temporaneamente accantonato – la via del cinema di genere dopo il validissimo L’ultima notte di Amore, ma ciò non toglie che con questo film egli sia riuscito a ribadire le proprie capacità dietro la mdp, confermandosi all’interno del contesto italiano come una delle maggiori scoperte degli ultimi anni.

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Autore

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


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