IL LAUREATO

This entry is parte 2 di 16 in the series N4 2026

FIL ROUGE: CINEMBLEMA- I NOSTRI FILM PREFERITI

di Iris Cetrulo

Ti è mai capitato di arrivare a un punto, alla fine di un percorso — magari la laurea — e accorgerti che la parte difficile non è finire, ma capire cosa dovrebbe venire dopo?

Il laureato (The Graduate) di Mike Nichols nasce proprio dentro questa sensazione e la trasforma in cinema. Uscito nel 1967, il film intercetta con sorprendente lucidità una crisi identitaria che non è solo generazionale ma profondamente strutturale e che avrebbe avuto il suo picco nei movimenti sessantottini. Benjamin Braddock, interpretato da un Dustin Hoffman allora sconosciuto e già perfettamente calibrato, è il prototipo dell’antieroe moderno. La sua condizione iniziale è quasi paradossale: ha appena completato ciò che dovrebbe aprire tutte le porte, ma si ritrova invece bloccato sulla soglia, incapace di scegliere una direzione. La storia, in fondo, potrebbe essere semplice — un giovane che cerca il proprio posto nel mondo — ma Nichols la trasforma in una parabola universale sul disorientamento, sulla pressione sociale e su quella sensazione sospesa, quasi fisica, di non sapere cosa fare della propria vita proprio quando tutti si aspettano che tu lo sappia.

Uno dei passaggi più emblematici di questa dinamica si condensa nella celebre scena della maschera da sub: Benjamin, intrappolato in un costume subacqueo regalato dai genitori, viene esposto come un oggetto funzionale ma completamente svuotato di volontà. È un’immagine quasi kafkiana nella sua comicità disturbante: il corpo è presente, ma la persona è assente. Non riesce a parlare, a reagire, a opporsi. È letteralmente immobilizzato dentro un ruolo. E nel frattempo la famiglia lo presenta agli amici come una curiosità domestica, un trofeo sociale, come se fosse un animale da circo ben addestrato. In quel momento il film diventa estremamente preciso nel suo sguardo: non si limita a raccontare un disagio individuale, ma smaschera la natura profondamente performativa delle aspettative borghesi, dove l’identità non è qualcosa che si vive, ma qualcosa che si espone.

Quello che rende il film ancora oggi sorprendente è il suo tono. Mike Nichols costruisce un’atmosfera che oscilla continuamente tra ironia e disagio, tra leggerezza apparente e profonda inquietudine. Non si ride mai davvero: anche le scene più comiche hanno una piccola incrinatura, come se qualcosa stesse leggermente fuori asse. Benjamin non è un eroe classico, non ha un percorso di crescita lineare, non conquista progressivamente una consapevolezza. È passivo, spesso reattivo più che attivo, quasi immobile, come se osservasse la propria vita scorrere attraverso un vetro appannato senza riuscire a entrare davvero in contatto con ciò che lo circonda. E proprio questa incapacità di aderire al mondo diventa il cuore pulsante del film.

Poi c’è Mrs. Robinson (Anne Bancoft), una delle figure più iconiche e ambigue della storia del cinema: seducente, cinica, ma anche profondamente segnata da una forma di fragilità. Il suo rapporto con Benjamin non è solo scandaloso per l’epoca, ma simbolico in modo più radicale: è uno scambio di vuoti, una collisione tra due forme diverse di immobilità, quella giovane e confusa e quella adulta e disillusa.

Fondamentale, e ormai inscindibile dal film, è l’apporto dei Simon & Garfunkel. Nichols è stato uno dei primi a utilizzare una colonna sonora interamente composta da brani cantati e popolari anziché da musica orchestrale appositamente scritta. La colonna sonora però non accompagna le immagini in senso tradizionale: le attraversa, le commenta, a volte le contraddice, altre le anticipa emotivamente. È come se esistesse una seconda narrazione, parallela e più intima, che dice ciò che i personaggi non riescono nemmeno a formulare. In particolare, The Sound of Silence diventa una chiave interpretativa dell’intero film, suggerendo che il vero tema non sia il caos, ma l’incapacità di esprimere ciò che quel caos provoca. Un discorso a parte merita Mrs. Robinson, l’unica canzone scritta appositamente per il film. Nato inizialmente come pezzo strumentale, venne poi arricchito di parole, ispirate direttamente al personaggio. Nel film la canzone è ancora abbozzata e incompleta, sarà completata e pubblicata solo dopo, ma avrà da subito un grande successo, raggiungendo il primo posto nelle classifiche USA e UK.

Il finale è uno dei più celebri del cinema perché rifiuta qualsiasi forma di chiusura rassicurante. Non offre una soluzione, non costruisce una traiettoria di senso compiuto, ma interrompe il movimento nel momento esatto in cui sembra che qualcosa possa finalmente cambiare. È un taglio netto che si spegne lentamente, quasi lasciando l’eco di ciò che sarebbe potuto accadere. E proprio in questa sospensione lascia i personaggi — e lo spettatore — con la sensazione ambivalente che qualcosa sia stato guadagnato e perso nello stesso istante, senza possibilità di distinguere chiaramente i due piani.

Guardare oggi Il laureato significa riconoscere una verità ancora pienamente attuale: crescere non è mai un passaggio lineare, ordinato, prevedibile, ma una sequenza discontinua di deviazioni, errori, esitazioni e silenzi. E forse è proprio questo il suo fascino più duraturo — non racconta come si diventa adulti, ma quanto possa essere profondamente straniante, e a volte quasi disorientante, il semplice tentativo di farlo.

N4 2026

EDITORIALE L’ULTIMA FATICA DI EDWARD YANG

Autore

  • Ha studiato al liceo scientifico e ora frequenta il DAMS. Grande appassionata di cinema e buona musica. Nei film, la prima cosa che nota è la fotografia. Ama i dettagli, le luci, i colori. Crede che ogni inquadratura racconti una storia. La musica accompagna le sue emozioni e ispira il suo sguardo creativo.

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