IL DIVO

This entry is part 25 of 29 in the series N9 2025

TECNICA

Ecco come Sorrentino riuscì a racchiudere Giulio Andreotti in un film

Di Sibilla Bissoni

Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io. 

Per iniziare, vi ho presentato un estratto da un monologo di Toni Servillo, che nel film interpreta proprio “il divo” di cui parla il titolo: Giulio Andreotti. 

Questa citazione racchiude l’obiettivo portante della pellicola datata 2008: una disamina di un personaggio importantissimo nella storia della politica italiana del secondo Novecento, che fu nominato e soprannominato da molti, ma che rimase avvolto nell’ombra di un impenetrabile e granitico mistero, dai scoppiettanti inizi politici con De Gasperi fino alla morte.

Il gusto per uno stano dualismo, che accompagna l’intera narrazione del lungometraggio – scritto e diretto dall’incredibile Paolo Sorrentino, che ancora faceva l’occhiolino a L’amico di famiglia (2006) –, è senz’altro un elemento interessante da analizzare, come lo è la scelta del ritmo, fautore di una (riuscitissima) inquietudine crescente. 

Il film parte con “il botto”, mostrandoci una colorita sparatoria, condita di personaggi altrettanto coloriti, lasciando poi velatamente dedurre il collegamento di questa violenza alla figura dell’onorevole Andreotti. Questa introduzione alla pellicola stessa è un sintomo del morbo che tutta la storia rappresenta, il malanno cronico di un’Italia che pareva “finita” sul finire del Novecento e l’affresco del dio-carnefice che era l’enorme macchina chiamata Democrazia Cristiana, di cui l’ultimo, vero capo indiscusso fu proprio il protagonista del film di Sorrentino.

Dove risiede il dualismo? Beh, direi sopratutto nella rappresentazione scenica dei personaggi principali (cioè la cerchia ristretta del divo) sin dalla primissima parte della storia. Essi sono introdotti con inquadrature da cui il pubblico li guarda sempre dal basso verso l’alto, in successioni di scene dove arrivano al cospetto di Andreotti a bordo di automobili di lusso, camminando a passi imponenti… per poi aprire bocca. L’estetica che si voleva tramandare da “gerarchi” DC diviene presto solo un grottesco travestimento già a partire dal primo dialogo che sentiremo. I protagonisti sono, sin da subito, posti sullo schermo come uomini abietti e adulatori. Ed è qui che entra in gioco la narrativa estetica e contenutistica del Sorrentino dei primi anni 2000: ovvero, personaggi e storie che trasmettono vacuità nel dipinto di dinamiche psicologicamente disturbanti, codici dai lineamenti grotteschi ed enigmatici.

Il dualismo nel film è reso in maniera molto intelligente, perché ogni volta che “la maschera crolla”, dopo poco viene re-indossata audacemente e credibilmente da ogni coefficiente tecnico e narrativo, tanto che il pubblico si scorderà in modo ripetuto degli “smascheramenti” palesi.  Questa è una arguta metafora della politica della DC, un mega-partito assolutamente egemone per una importante metà del secolo scorso. La Democrazia Cristiana si muoveva sempre per raccogliere il consenso della massa, alleandosi con chi faceva comodo in uno o in un altro determinato momento, elargendo parole e soddisfazioni sempre gradite al popolo, stringendo saldamente la mano al cattolicesimo, quindi alla Chiesa (colonna portante della cultura del Paese), ed infine aggirando la legge stessa, addirittura facendo affari con associazioni mafiose (e forse terroristiche), sempre però mantenendo la credibilità indubitabile che si costruì in decenni.

Il partito di “centro” che la Democrazia Cristiana rappresentò, Andreotti lo incarnò. Sorrentino lo pone come “centrale”, sempre e comunque: nel dibattito politico e sociale certo, ma anche e sopratutto nelle decisioni-azioni che pare non prendere lui in modo diretto (anche se ovviamente le prendeva, a tratti come un semi-dittatore), perché altrimenti avrebbe occupato a viso scoperto e fermo una posizione dichiarata, ossia l’antitesi di rimanere “al centro”, dare quindi un calcio alla botte ed uno al cerchio per non scontentare (apertamente) nessuno.

E nella poetica del dualismo si insinua forte il gusto per il grottesco. C’è da dire che il vero Andreotti fu trasformato addirittura in una meme da anzianissimo. Ricorderete di certo Paola Perego alzare la voce dicendo: “Presidente? Presidente?” mentre il “presidente” stava avendo un malore in diretta TV. Escludendo questa triste gaffe in veneranda età, il divo fu comunque preso in giro e memato ante litteram per via della sua fisicità e del suo tono nel parlare e dialogare, nonché per il suo atteggiamento generale, spesso giudicato strano e inquietante dall’opposizione. Nel film stesso si gioca con i tantissimi soprannomi che affibbiarono ad Andreotti (ad esempio: Divo Giulio, Belzebù, il Gobbo, la Salamandra e zio Giulio), sulla sua conseguente auto-ironia e sul suo pungente sarcasmo con cui ammise anche di aver spaventato le Brigate Rosse.

Una figura poliedrica che conteneva in sé questo animo grottesco, che Sorrentino denota implicitamente in battute inserite al momento giusto in e off camera, ma in special modo in una scena che porto come esempio di questo concetto poetico: la scena del gatto

Non voglio descrivere shot-by-shot la scena, ma ci tengo comunque a far notare come il gatto qui sia palesemente e volutamente un pupazzo meccanico, e non una brutta svista degli addetti agli effetti speciali. Il simbolo delle enormi stanze del palazzo storico in cui si trova Andreotti ricorda il decadimento camuffato di specchi ipocriti a Versailles, ed il gatto può essere visto come similitudine di tante cose differenti (come una verità inquinata o una purezza sbagliata). Sorrentino decide di non far quasi muovere la macchina da presa, e nella staticità si susseguono le inquadrature di un veloce Andreotti che scaccia il suddetto gatto bianco con gli occhi diversi (dettaglio che, onestamente, aumenta l’inquietudine). Solo su questa scena si potrebbe dire ancora molto, per esempio parlando di come la scelta della falsità palese dell’animale possa essere metafora filosofica di tanti concetti che la pellicola cerca di portare all’attenzione, o ancora di come torni il topic del dualismo più che grottesco. Il tutto si risolve in una dicotomia tra il vero e il falso, tra il teatrino e la realtà.

Bisogna senz’altro citare un altro elemento non trascurabile del film: la colonna sonora. Si tratta di tracce musicali scelte magistralmente per ogni blocco narrativo del lungometraggio, e per ogni espressione e passo che l’indimenticabile e bravissimo Servillo compie nei 110 minuti in cui recita. Baluardo, per me, della sonorità (che dall’udito rimbalza volutamente alla pancia) ne Il divo è Toop Toop dei Cassius: canzone azzeccata ed incredibile per la scena in cui viene inserita. Una scelta molto inusuale che demistifica l’aura colossale del film , costruendo un’arguta satira senza dire nessuna parola diretta. Le allusioni assurde che la canzone, non creata per la pellicola, porta alle nostre orecchie a proposito della storia sono assai interessanti – grazie ad esse, infatti, potremmo creare dei punti di riflessione non banali. 

Ecco un estratto del testo:

After all of the world we see (Shoot, shoot)

I got my answers from a machine (Toop, toop)

You could just put on the line (Shoot, shoot)

So, I got some peace of mind (Toop, toop)

Per concludere: Il divo è un film complesso, che sotto una superficie intelligentemente satirica nasconde sotto-testi che non riducono assolutamente Giulio Andreotti ad un dio o ad un diavolo, ma lo dipingono in alcune delle sue mille facce, dando al pubblico qualcosa su cui poter pensare davvero.

Qui non si tratta di un biopic. È piuttosto un tentativo, secondo me riuscito, di inserire Andreotti in un mondo più grande, in dei concetti ancestrali e contemporanei. Una lettera forte e chiara alla Seconda Repubblica italiana, che interrogandosi sul divo pone domande all’italiano del 2000. Quanto è cambiato davvero dal periodo d’oro della DC? Ed ecco la riflessione magistrale di Sorrentino sul condurre un mito nelle mani del popolo, prendendolo un po’ in giro mentre si consacra a leggenda.

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Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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