MUSICA
di Silvia Apollonio
“Se continui a danzare con il diavolo, un giorno ti seguirà fino a casa”.
Il blues nasce come espressione profonda dell’anima, un linguaggio intimo che precede il riconoscimento ufficiale come genere musicale. Le sue origini risalgono alla fine dell’Ottocento e ai primi anni del Novecento, nel Sud degli Stati Uniti, lungo il Delta del Mississippi. Qui, tra i campi di cotone e le vite segnate dalla fatica, il blues prende forma come testimonianza del dolore e al tempo stesso come strumento per sopravvivergli, un racconto che trasforma la sofferenza in resistenza.
Le sue radici affondano nei canti di lavoro, negli spiritual e nelle tradizioni africane, elementi che nel tempo si sono intrecciati dando vita a un linguaggio musicale originale. Le “blue notes” — particolari inflessioni sonore — conferiscono al blues la sua inconfondibile carica emotiva, capace di evocare malinconia, tensione e una sorta di bellezza che nasce dal dolore.
Trattare temi come l’amore, il desiderio, le difficoltà quotidiane, ha fatto sì che per molto tempo questo genere venisse considerato, culturalmente, “musica del diavolo”; nelle comunità del Sud degli Stati Uniti, infatti, esisteva una netta distinzione tra musica sacra (canti gospel) e la musica profana: il blues, ritenuto peccaminoso, si collocava decisamente nella seconda, soprattutto perché era spesso associato a luoghi considerati “trasgressivi”, come bar, locali notturni e juke joint, legati al consumo di alcol, al gioco e a una vita ritenuta dissoluta, in contrasto con gli aspetti più rigidi della religione.
Un ruolo importante lo gioca anche la figura di Robert Johnson. La leggenda secondo cui avrebbe incontrato il diavolo a un crocevia, vendendogli l’anima in cambio del talento musicale, ha alimentato l’immaginario del blues come qualcosa di misterioso, oscuro e quasi soprannaturale. Un mito divenuto centrale nella cultura blues.

Proprio a partire da questo mito, I peccatori (Sinners) di Ryan Coogler prende forma: è questa la chiave simbolica da cui partire. Il personaggio attraverso il quale risuona maggiormente il richiamo della figura di Robert Johnson è senza dubbio quello di Sammie (Miles Caton), il quale non solo è immerso nella dimensione musicale del film, ma incarna anche quel conflitto morale e identitario che ha reso il mito del bluesman così potente. Come Johnson, infatti, Sammie deve confrontarsi con un “crocevia” simbolico: la musica che ama e che lo definisce è anche ciò che lo consuma, ciò che lo mette alla prova e lo costringe a fare scelte che hanno un prezzo. Si apre proprio con questa scissione dicotomica tra bene e male, giusto e sbagliato, l’intero film. Sammie, infatti, si presenta davanti a suo padre, il predicatore della comunità, sporco di sangue e con il manico rotto di una chitarra, stretto nella mano. Una chitarra rotta come la sua anima, perché è proprio in questo che il valore identificativo ed espressivo del blues si compie. La musica diventa confessione, memoria e giudice invisibile, e Sammie ne è il punto focale.
Un altro aspetto fondamentale che nel film emerge senza veli è il valore collettivo che il blues porta con sé, trovando il suo spazio nei juke joint, luoghi tipici della tradizione afroamericana; sono un vero e proprio spazio di espressione, condivisione e libertà dai “bianchi”, in cui la musica cambia funzione: non è più solo introspezione o conflitto interiore, ma diventa energia, corpo, relazione. È proprio in questo contesto che si inserisce una delle sequenze più significative del film: quella in cui, durante una performance, sembrano comparire le generazioni future:
<< Ci sono leggende su persone che potevano rendere la musica così vera, da poter squarciare il velo tra la vita e la morte, evocando spiriti del passato e del futuro.>>
La scena rompe il normale scorrere del tempo e trasforma il juke joint in uno spazio sospeso, quasi fuori dalla realtà, in cui passato, presente e futuro si mescolano. Non è solo una scelta visiva d’effetto, ma qualcosa di profondamente legato alla musica: il blues, infatti, si basa proprio sulla trasmissione, su qualcosa che passa da una persona all’altra, di generazione in generazione.

In quel momento, la musica smette di appartenere solo a chi la sta suonando e diventa qualcosa di più grande: una memoria collettiva, ma anche uno sguardo verso il futuro. Le figure che compaiono rappresentano proprio questo: ciò che il blues è stato e ciò che continuerà a essere nel tempo. Sammie, al centro della scena, non è più solo se stesso, ma diventa un punto di passaggio, un collegamento tra chi è venuto prima di lui e chi verrà dopo.
A questo punto entrano in campo i vampiri, che nel film possiamo notare avere una duplice valenza. Da un lato sono una minaccia concreta, che rompe l’equilibrio del juke joint; dall’altro rappresentano qualcosa di simbolico: forze che non creano, ma consumano e si appropriano di ciò che è autentico.
Non succhiano solo sangue, ma anche anima, talento e, soprattutto, identità. Per questo sono attratti da Sammie, la cui musica è vera, radicata nella storia e nel dolore. Al contrario, i vampiri appaiono vuoti: la loro musica è inizialmente priva di forza e acquista energia solo nel momento in cui entra in contatto con quella degli altri. Il loro potere, inoltre, si basa su un meccanismo sottile: devono essere invitati. Non impongono la loro presenza, ma si insinuano gradualmente, proprio come accade nei processi di appropriazione culturale. In questo modo, il film contrappone due visioni della musica: da un lato quella autentica, incarnata da Sammie; dall’altro quella artificiale, che si limita a imitare e assorbire senza mai creare davvero.
La scelta del regista di inserire un brano folk che è radice della cultura irlandese non è casuale. Stiamo parlando del celebre brano Rocky Road to Dublin: racconta il viaggio di un giovane contadino del Connaught, che lascia la propria terra in cerca di Dublino e di un destino migliore, ma trova solo derisione e isolamento. La città lo respinge, Liverpool lo accoglie con lo stesso scherno, e la solitudine diventa compagna del suo cammino. Solo tra altri emigrati della sua stessa terra scopre un barlume di conforto. La canzone e la danza che la accompagnava, nate in tempi di oppressione, erano per lungo tempo proibite: portatrici di identità, memoria e resilienza, sfidavano chi voleva cancellare la cultura irlandese.
Nel film, Remmick (Jack O’Connell), il vampiro che guida il suo gruppo, trasforma questa storia in un canto seducente. La sua voce richiama chi è ai margini, chi conosce esclusione e dolore, promettendo ribellione e appartenenza. Ma a differenza del blues, che nasce dal cuore libero e dalla vita vissuta, qui la ribellione è un’illusione: chi segue la musica del vampiro finisce intrappolato, sotto il controllo, alla fine dei giochi, di un padrone. La musica, a questo punto, diventa strumento di manipolazione e seduzione, mentre il blues autentico continua a vivere nella memoria, nella sofferenza, nella libertà di chi la suona, resistente al tempo e al potere che vuole soffocarla.

La musica di Sinners, e in particolare il brano I Lied to You, premiato con l’Oscar per la miglior colonna sonora, diventa il sigillo finale di tutto ciò che il film racconta sul blues. Non è solo un riconoscimento tecnico, ma un vero e proprio simbolo del potere emotivo e culturale: la loro capacità di raccontare dolore, di creare un suolo su cui scrivere una memoria e un’identità, di unire generazioni e di dare voce a chi lotta e resiste. Come Sammie davanti alla sua chitarra, anche noi sentiamo che la musica non è solo accompagnamento, ma cuore pulsante della storia, filo invisibile tra passato e presente, tra mito e realtà.
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