FIL ROUGE: CINE-BOOM
L’industrializzazione non fermerà l’amore
di Alessandro Capecci
Nei vortici disegnati dai corpi di Giovanni e Liliana mentre ballano, nelle lacrime di lei che scorrono sulla pista di una balera, ci sono un amore messo in dubbio e un’Italia che cambia, stravolgimenti sociali più grandi dell’esistenza dei protagonisti e che tuttavia sembrano non contare nulla dinnanzi all’intimità del loro rapporto.
I fidanzati (1963) di Ermanno Olmi segue la divisione di una giovane coppia all’inizio degli anni Sessanta: Giovanni (Carlo Cabrini) deve infatti lasciare Liliana (Anna Canzi) a Milano per trasferirsi un anno e mezzo in Sicilia e cogliere l’opportunità di lavorare in una nuova fabbrica. L’allontanamento tra i due, che inizialmente fa emergere dubbi e preoccupazioni in merito alla relazione, si scoprirà epifanico per la natura del loro amore.

Similmente ad altre storie precedenti e ad alcune successive – La dolce vita (Federico Fellini, 1960), Il sorpasso (Dino Risi, 1962), L’ombrellone (Dino Risi, 1965), Don Giovanni in Sicilia (Alberto Lattuada, 1967) – Olmi riesce a guardare alla nuova Italia che sta prendendo forma con uno sguardo peculiarissimo, all’interno del quale si mescolano disillusione, nostalgia e trepidazione. I giovani protagonisti innamorati tracciano la sagoma di Milano attraverso il lavoro industrializzato, le serate in balera e gli appuntamenti in centro, e la città che appare nei ricordi di Giovanni, mentre li riporta alla mente durante il soggiorno in Sicilia, non sembra appartenere allo stesso paese in cui lui si trova in quel momento: i paesaggi meridionali con le saline e le brughiere, i carri e gli animali da soma che irrompono sulla strada cementata, l’affollata e caotica festa di Carnevale mostrano i due volti di una realtà inconciliabile, un Nord innovativo e inafferrabile a discapito di un Sud incompreso e trascurato dal Paese stesso.

La distanza ideologica e geografica – mai davvero colmata – tra questi due poli italiani si traduce nella distanza sentimentale che Giovanni e Liliana scoprono di star vivendo, ben prima del trasferimento del primo. La posizione di lavoro prima desiderata e poi raggiunta diviene inoltre un’inutilità se non si può condividere il proprio quotidiano con la donna che si ama, se anzi proprio per questo si rischia di condurla alla sofferenza o addirittura di perderla.
Come ne Il posto (1961) e nel successivo L’albero degli zoccoli (1978), la vita e il lavoro divengono elementi romantici a cui guardare – si badi bene, romantici e non romanticizzati: il lavoro non è idealizzato, bensì rimane stancante e faticoso, motivo di sudore e di sacrificio. I personaggi dei film di Olmi sanno bene, in cuor loro, di dover avere un lavoro, di doverlo trovare e di mantenerlo: nell’Italia del boom economico il raggiungimento di un lavoro permette il raggiungimento di una stabilità sociale ed economica, cioè avere delle lire in tasca, poterle usare per comprare delle sigarette, del cibo, dei beni per la casa. Spenderle per consumare e, cioè, per essere felici. Ma questi personaggi non sono felici di far soldi né tantomeno di lavorare. Per loro il lavoro è occasione di riflessione esistenziale, di comprensione della propria condizione e dei propri sentimenti, di scoperta delle cose che contano davvero nella vita.
Come per Giovanni e Liliana, che alla fine de I fidanzati, avvinghiati alla cornetta del telefono durante un temporale estivo, scoprono di mancarsi e di amarsi come mai prima d’ora. L’industrializzazione non ha fermato l’amore.

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