FIL ROUGE : I BAMBINI NEL CINEMA
L’epopea di Antoine Doinel
di Alessandro Capecci
Durante l’introduzione al film, in occasione di una proiezione di Sotto le stelle del cinema a Bologna nel 2021, il regista Marco Tullio Giordana ha definito I 400 colpi (Les quatre cents coups, François Truffaut, 1959) “il film più libero del mondo, moralmente parlando”. Ed infatti. Nel panorama della Nouvelle Vague e della storia del cinema, I 400 colpi è spesso evocato come un film-simbolo, manifesto della nascita di una sensibilità nuova, ribelle e allo stesso tempo fragile. Ma ridurlo a semplice atto fondativo del movimento significherebbe sottrarre forza al suo nucleo più intimo: il ritratto vivido e lucido di Antoine Doinel e della sua lotta per esistere in un mondo incapace di concedergli un posto che sia davvero suo.
Al suo esordio, Truffaut filma un Antoine bambino – un indimenticabile e già irriverente Jean-Pierre Léaud, destinato a legarsi e sovrapporsi costantemente con il proprio regista, in un vitale gioco di scambi d’identità – come un corpo che cerca spazio, che chiede aria. Il ragazzo non è un eroe e nemmeno un martire; è piuttosto un testimone di un’ infanzia negata, travolto da una società che si percepisce moderna ma che resta imbrigliata nei suoi codici disciplinari. La famiglia frammentata, la scuola come trincea, le strade di Parigi come unico terreno di libertà e insieme di smarrimento: tutto vibra di una limpidezza che non indulge mai nel sentimentalismo, ma nemmeno nell’inerzia.

Il cinema di Truffaut osserva Antoine senza giudizio. Lo segue con movimenti leggeri, con pudore, attraverso fughe, bugie, piccoli furti, momenti di improvvisa allegria, e soprattutto attraverso quell’instancabile desiderio di essere visto e riconosciuto. Una regia che preferisce il respiro lungo dei piani sequenza, le geometrie della città, la capacità di lasciare ai bambini il compito di raccontare ciò che gli adulti non sanno ascoltare. Se il film parla alla nostra contemporaneità lo fa grazie al suo asse più politico, benché mai esplicitato: la denuncia di un sistema che pretende di “correggere” l’individuo prima ancora di averlo compreso. Antoine non è deviante: è semplicemente inadatto a un modello di ordine che non contempla il dissenso emotivo, la solitudine, la complessità. La clinica, il tribunale, le istituzioni educative diventano così spazi di contenimento anziché di cura, luoghi dove la fragilità si tramuta in colpa.
Nella celebre sequenza finale, l’arrivo del mare – immenso, silenzioso, irriducibile – interrompe il racconto in un istante che contiene insieme libertà e incertezza. Truffaut non offre soluzioni: quel volto che guarda in macchina ci chiede di prenderci la responsabilità che gli adulti del film hanno abbandonato, di continuare ad accompagnare il piccolo protagonista verso la sua avventurosa epopea. Antoine Doinel, alla fine de I 400 colpi, capisce già che la vita fugge e lui è desideroso di andarla ad acciuffare.


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