ESSI SANNO

This entry is parte 21 di 23 in the series N2 2026

I GIORNI RAC-CONTATI

di Olmo Giovannini

Questa rubrica-diario della fine del mondo nasce col desiderio di rievocare il capolavoro di Elio Petri I giorni contati (1962), perfetto connubio di neorealismo ed esistenzialismo. Proprio come il protagonista di quel film si interroga sul senso di una vita annichilita da moderne ansie e nevrosi, noi ci domandiamo come destreggiarsi fra continue crisi globali, terribili eventi di cronaca e complessità dell’oggi. L’obiettivo di queste pagine è fornire chiavi di lettura per il presente attraverso il cinema del passato, utilizzare lo schermo cinematografico come menabò delle notizie più importanti dell’ultimo mese. Non opinioni politiche, ma libere riflessioni cinematografiche che possano fornire una nuova prospettiva sul nostro frammentato panorama dell’informazione. Perché ricordiamo che la realtà spesso e volentieri imita l’arte.

Seconda pagina di diario dei nostri giorni raccontati, dal 21 gennaio al 20 febbraio. Ciò che accomuna i film di cui si parlerà qui è una caratteristica linguistica. Molti dei loro titoli si rivolgono alla terza persona plurale. ‘Essi’, netta divisione fra una distante moltitudine ed un noi presente. ‘Essi’, ovvero un pronome generico il cui utilizzo presuppone due cose: o la schermatura dei soggetti interessati, il cui nome non va pronunciato perché protetti, anonimi perché avvolti nella loro natura parallela ed eversiva rispetto alle istituzioni; oppure ‘essi’ perché innominabili, perché farne il nome equivale ad esporsi a sentenze senza diritto d’appello. ‘Essi’ come quelli della lista di Jeffrey Epstein, coloro che governano il mondo da dietro le quinte con l’interesse di fagocitare e ammassare quanto (im)possibile.

Essi vivono, 1988

Questi “essi” sono indubbiamente quelli del quasi omonimo film di John Carpenter, del 1988. Essi non solo vivono e ci controllano con messaggi subliminali e spietata propaganda mascherata da intrattenimento, essi sanno. Sanno degli altri, di quelli ancora senza un nome perché inquietanti barre nere si sono stese sulle lettere che ne compongono l’identità, sanno e sanno che noi sappiamo che essi sanno. Semplicemente non serve mantenere la maschera delle apparenze, a loro non importa ascoltare le richieste di quel “noi” schiacciato ed avvilito dalla modernità e dalle sue storture. Questa è l’ipernormalizzazione. Nulla ci stupisce più nelle notizie, il re è nudo ma non gli importa. Il popolo lo sa e chi governa non ha interesse a coprire le proprie vergogne.

Di questo parla il film HyperNormalisation (2016) di Adam Curtis: un titanico montaggio paranoico, vertiginoso, delirante, alienato. Un remix di materiali fra i più disparati, dalle pubblicità alle immagini dei più potenti e dei modi con cui hanno tenuto il popolo sotto controllo. La natura cospiratoria della narrazione di Curtis inquadra alla perfezione il momento storico e l’assurdità del vedere alcune delle più sfrenate teorie del complotto dello scorso decennio – QAnon aveva immaginato un ring di pedofili cannibali in controllo del mondo – divenire realtà. Mai come nella filmografia di Curtis è diventato evidente che siamo entrati nella fase storica della post-verità e della ri-narrazione. Nulla è immediato, ogni immagine nasconde un suo lato specchiato che incide sul subconscio dello spettatore molto più di quello superficiale.

HyperNormalisation, 2016

Lo stesso concetto era stato articolato con parole diverse ma ugualmente profetiche da Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut (1999) riassume con estrema efficacia la diffusa cecità ad occhi aperti di chi guarda e non vede. Una misteriosa società di depravati dai riti mostruosi cannibalizza anche quei “loro” che si credono immuni dalla catena alimentare della società neoliberista. Il Tom Cruise protagonista del canto del cigno kubrickiano ha tutto tranne l’esclusività del giusto club; il lusso non garantisce l’accesso, la ricchezza non è uno scudo, l’amore non è contemplato. Rimane il bulimico consumo, il bisogno insaziabile di deflorare e violare solo per riaffermare un diritto di prevaricazione, un monopolio della violenza. Su questo monopolio torneremo più avanti in merito a fatti nostrani.

Eyes Wide Shut, 1999

O ancora, si tratta di quell’alta società completamente disumana di Society – The Horror (Society, Brian Yuzna, 1989), così orrorifica ed incomprensibile da terrorizzarci dagli anni Ottanta. Nessuno poteva prevedere la totale degenerazione del sistema, eppure tutti sapevano. Essi sapevano; che ogni villa, che ogni orologio, che ogni orpello che spostasse il valore dalla praticità degli oggetti al loro simbolo di status avrebbe finito col trasformare i suoi possessori in orribili mostri irriconoscibili. Gli occhiali di Essi vivono sarebbero inutili oggigiorno, perché tutto è sotto la luce del sole per chiunque abbia imparato a leggere il bombardamento di immagini che ogni giorno invade i multipli schermi di cui la modernità ci ha circondati.

Non è certo facile commentare in modo costruttivo il rilascio di più di tre milioni di files dal database del ricco pedofilo e trafficante umano che nel corso degli anni si circondò dei più disparati potenti. Non vi è una notizia univoca da dare, non un specifico nome da fare: tutti sono implicati e la mole di dettagli raccapriccianti è semplicemente ingestibile, impossibile da processare anche per i più attenti all’informazione corretta. Chi scrive può solo elencare quei film che lo avevano capito, che ci avevano avvertiti o che hanno meglio interpretato l’atmosfera febbrile e convulsa che circonda i centri nevralgici del potere contemporaneo.

Ma passiamo a noi. E per noi si intenda sia la nostra provinciale Italia, così marginale nella grande scacchiera internazionale delle cose con la C maiuscola, sia quel “noi” generico cui si accennava prima. Il “noi” ci separa dal “loro”, ma in mano ad un regista caustico come Mario Monicelli può diventare un affilato strumento satirico dal senso ribaltato. Il titolo Vogliamo i colonnelli (1973) presuppone che noi, il popolo italiano, vogliamo che il partito di estrema destra capitanato dalla terribile maschera di Ugo Tognazzi, nel ruolo di un irriducibile fascista a destra del MSI, prenda il controllo con un colpo di stato; allo stesso tempo il titolo rimanda ad un motto di quegli anni proprio della destra neofascista, che auspicava per l’Italia una sorte analoga a quella della Grecia, nel 1967 investita dalla cosiddetta Dittatura dei Colonnelli, una giunta militare che salì al potere con un golpe antidemocratico.

Vogliamo i colonnelli, 1973

Ebbene il film del Monicelli ci parla di un proto-Vannacci. Ex- europarlamentare della Lega, generale dell’esercito italiano e autore dell’ormai infame Il mondo al contrario (2023), il politico ha annunciato la sua fuoriuscita dal Carroccio per fondare un partito tutto suo, comicamente marziale almeno quanto quello del Generale Tritoni interpretato da Tognazzi. Monicelli continua a distanza di anni a metter in ridicolo le velleità autoritarie di quel “fascismo col doppiopetto” che tanto straparla di punizioni esemplari e vendette storiche, pur continuando a rendersi ridicolo ad ogni occasione offertagli per presentare le sue retrogradi e obsolete posizioni.

Dopo un’amara risata passiamo ad un’amarissima tragedia. Nel corso di questo gennaio appena passato, il Sud Italia è stato sferzato da una terribile ondata di mal tempo che ha messo allo scoperto la totale incompetenza delle autorità e la loro mancanza di preparazione. In particolare Calabria e Sicilia sono state colpite con violenza; per giorni né i giornali né le istituzioni hanno dato la giusta importanza ai terribili fatti dovuti al cambiamento climatico che hanno interessato quelle zone. Come sempre, un’immagine particolarmente evocativa ha di colpo risvegliato le coscienze. Ovviamente facciamo riferimento alla catastrofica frana di Niscemi, che ha lasciato un paese letteralmente sospeso su di un doppio baratro: quello del dissesto idrogeologico e quello dell’indifferenza delle autorità.

Il buco, 2021

Molti autori si sono spesi nel corso degli anni per raccontare il divario economico e sociale che separa Nord e Sud in questo paese, ma negli ultimi anni un solo film è riuscito a sintetizzare alla perfezione questo saccheggio. Si tratta de Il buco (2021) di Michelangelo Frammartino, che racconta di una reale spedizione speleologica che nel 1961 partì dal Nord per raggiungere l’Abisso del Bifurto, in Calabria, all’epoca il punto più profondo della terra ancora inesplorato. Da questo semplice fatto storico Frammartino trae le proprie conclusioni già dalle sequenze di apertura; mentre gli speleologi si immergono nelle viscere della natura al Sud, un gruppo di contadini si riunisce al bar per guardare dall’unico televisore del paese un filmato reale della costruzione del Pirellone, uno dei più iconici grattacieli milanesi. Il contrasto non potrebbe essere più netto: da un lato il ritorno al primigenio, alla semplicità della terra, dall’altro lo svettante simbolo del potere economico settentrionale. In questa evocativa contrapposizione di immagini sta tutto il torto storico che ha visto il Nord depredare di risorse il Sud. Siamo partiti dal Pirellone e siamo arrivati ad una Niscemi squarciata.

Ma riprendiamo un concetto espresso alcuni paragrafi più sopra: il monopolio della violenza. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con materie umanistiche o socio-politiche saprà che esso appartiene esclusivamente allo stato. Per questo le immagini degli scontri di Torino, quelle che hanno paralizzato il paese intero nel difendere una parte o l’altra, sono agghiaccianti. Viene da chiedersi cosa può fare il “noi” per farsi sentire quando gli strumenti democratici vengono puntualmente repressi o ignorati. Alla centesima raccolta firme di iniziativa popolare respinta, all’ennesima negazione del diritto di voto per i fuori sede, all’ultimo utilizzo spregiudicato di quel monopolio violento per schiacciare manifestazioni pacifiche, quali opzioni rimangono per essere ascoltati? Sarebbe troppo facile condannare tutte le violenze dei manifestanti senza tentare di capire la rabbia e l’esasperazione dell’essere spinti ai margini della società. Sarebbe ancora più semplice dimenticare i tanti, troppi, nomi dei morti e dei vessati di cui lo stato dovrebbe direttamente rispondere: da Stefano Cucchi a Giuseppe Uva, fino alla macelleria della Scuola Diaz, quando durante il G8 di Genova del 2001 la polizia fece irruzione in un dormitorio di attivisti, giornalisti e manifestanti, massacrando e umiliando decine di persone in spregio di qualsiasi legge.

Diaz – Don’t Clean Up This Blood, 2012

L’Italia ha questa comoda abilità del dimenticare. Soffre di un dolce oblio che le consente di convivere con lo Stato in cui si è ridotta. Una macchia come quella del G8 e della morte di Carlo Giuliani non può essere cancellata, dovrebbe anzi essere rievocata ogni volta che la polizia torna a scontrarsi con qualsiasi forza altra; vi dovrebbe essere un continuo metro di paragone sul comportamento degli agenti rispetto alla violenza utilizzata quell’ormai lontano 2001 e il miglior modo per farsene un’idea precisa è recuperare il meraviglioso Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012) di Daniele Vicari. Non si tratta solo di un film, ma di un evento morale al quale ogni italiano dovrebbe esporsi almeno una volta nella vita. Chi non dimentica non può ignorare immagini tanto ingombranti, ed il loro fantasma continuerà sempre ad aleggiare sulle azioni delle forze dell’ordine.

Eppure sappiamo bene che non sarebbe la prima volta nella storia d’Italia che chi avrebbe dovuto mantenere l’ordine, avrebbe avuto maggiori interessi nel soffiare sul fuoco del disordine. Infiltrazioni di gruppi violenti e prezzolati in manifestazioni pacifiche non sono certo una novità e tanto meno lo sono le ingerenze straniere negli affari del nostro paese. Alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina sono stati presenti fra gli altri inviati dell’ICE, la milizia anti-immigrazione di Trump, e atleti israeliani con un ruolo attivo nell’IDF. Viene da pensare a quel profetico Goodbye & Amen (1977) di Damiano Damiani, che già alle porte degli anni Ottanta si interrogava cinicamente sul coinvolgimento in Italia della CIA, dirigendo un torbido e tesissimo thriller di spionaggio. Poche cose sono cambiate da allora circa la nostra sovranità, e la genuflessione dell’esecutivo davanti alle richieste statunitensi ed israeliane ne è la prova.

Per concludere, vogliamo volgere lo sguardo ad un angolo di mondo la cui sorte è appesa ad un filo. Il Rojava indipendente sta combattendo da settimane per mantenere la propria indipendenza, assediato da Siria, Turchia e dal silenzio occidentale. Per capirne le complessità storiche e politiche servirebbero ore e ore di documentari, per cui l’unico consiglio che sentiamo di darvi è quello di recuperare The End Will Be Spectacular (Ji Bo Azadiê, Ersin Çelik, 2019), film di finzione interamente prodotto e girato nei territori curdi.

The End Will Be Spectacular, 2019

Il film racconta di alcuni combattenti e della loro eroica resistenza durante l’assedio turco di Sur, durato cento giorni; tutti gli attori sono veri guerriglieri che fra una ripresa e l’altra tornavano alle proprie postazioni per difendere il loro popolo ed il loro diritto all’autodeterminazione democratica. Alcuni erano anche reali sopravvissuti dell’assedio raccontato nel film. Il consiglio è di vederlo non per i suoi – scarsi – meriti cinematografici, ma come oggetto culturalmente rilevante e come esemplare di cinema fatto “con le unghie e con i denti”. Davanti al bisogno incandescente di raccontare qualcosa, il cinema può nascere dai mezzi e dalle situazioni più disperate come grande strumento di abbattimento di quelle distanze che fanno pensare a popoli e luoghi distanti come a “loro”, quando invece fanno parte di un “noi” espanso.

FILM CITATI

  • Essi vivono (They Live), John Carpenter, 1988
  • HyperNormalisation, Adam Curtis, 2016
  • Eyes Wide Shut, Stanley Kubrick, 1999
  • Society – The Horror (Society), Brian Yuzna, 1989
  • Vogliamo i colonnelli, Mario Monicelli, 1973
  • Il buco, Michelangelo Frammartino, 2021
  • Diaz: Don’t Clean Up This Blood, Daniele Vicari, 2012
  • Goodbye & Amen, Damiano Damiani, 1977
  • The End Will Be Spectacular, Ersin Çelik, 2019

N2 2026

DA STRAUSS A LIGETI: IL VIAGGIO SONORO NEL CINEMA DI STANLEY KUBRICK BACHECA N2 2026

Autore

  • Olmo Giovannini nasce a Modena il 31 ottobre 2002 ma vive e lavora a Bologna. Studia Storia del cinema al DAMS e collabora con Radioimmaginaria come referente d’antenna e educatore. È profondamente affascinato dalla produzione culturale in rapporto alla società ed al periodo storico dei quali è espressione. Scrive per diverse riviste — Npc Magazine, NOT YET Magazine, Scomodo — e si occupa principalmente di cinema: non per questo mette in secondo piano la letteratura, il medium videoludico, la musica ed altre forme della cultura pop. Specializzato in cinema italiano e storia della critica cinematografica, è molto affascinato anche dalle cinematografie latine, scandinave e asiatiche. Fra gli argomenti a lui più cari, l’intermedialità, il rapporto fra cinema e storia, la funzione politica del cinema, il legame fra cinema e nuovi media digitali, l’iconografia e l’iconoclastia, il cinema documentaristico a confronto con la finzione. Scrivere di cinema è una vera e propria vocazione: l’obiettivo per Olmo non è compiacersi della propria scrittura ma favorire la diffusione e la divulgazione di testi culturali, per una fruizione più consapevole ma non elitaria.


     

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