NUOVE USCITE
Il grande equivoco di Audiard
Di Miriam Padovan

Se Jacques Audiard avesse voluto fare un esperimento cinematografico che fosse insieme un musical, un melodramma, un gangster movie e una telenovela, beh, possiamo dire che ci sia riuscito. Il problema? Emilia Pérez sembra più un laboratorio maldestro che un’opera cinematografica, dove l’ambizione di unire elementi disparati si scontra con la realtà di un film che non riesce mai a trovare il suo centro. La premessa è certamente intrigante: un narcotrafficante violento, Manitas, decide di cambiare sesso per diventare Emilia e rifarsi una vita.
Ma è proprio nella realizzazione che il film implode sotto il peso delle sue stesse pretese: Audiard sembra convinto che basti una canzone qua e là, un tocco di melodramma e un paio di coreografie per convincere il pubblico che si tratti di un’opera profonda. Purtroppo, queste trovate, più che arricchire, distraggono: alcune scene musicali, invece di portare avanti la narrazione, sembrano interruzioni maldestre, come una pubblicità di Dior tra una puntata e l’altra di Orange is the New Black. Le performance musicali di Emilia Pérez sembrano essere state inserite solo per giustificare la definizione di “musical queer”: la musica è il cuore pulsante di ogni musical degno di questo nome e qui invece sembra essere stata buttata dentro come un ripensamento dell’ultimo minuto.
Audiard, famoso per il suo cinema di grande impatto emotivo, qui sembra aver lasciato da parte qualsiasi intenzione di esplorare davvero i temi che il film tocca: violenza di genere, identità di genere, criminalità organizzata e desaparecidos sono argomenti che Emilia Pérez cavalca con una superficialità che è al contempo esasperante e irritante.
Un altro punto critico è la rappresentazione della transizione di genere: Audiard tenta di raccontare una storia di redenzione e rinascita, ma l’idea che la “redenzione” arrivi semplicemente cambiando sesso e avviando una ONG per madri disperate è talmente semplificata che sono sicura ci sia già una femminista su Instagram con un carosello di slides pronto a spiegare perché questa cosa funziona. È come se tutto il peso emotivo della transizione fosse ridotto a un’operazione chirurgica e a qualche lacrima di coccodrillo. Perfino i personaggi secondari sembrano poco più che comparse, figure piatte la cui unica funzione è quella di servire la narrazione di Manitas/Emilia.

Emilia Pérez ha polarizzato pubblico e critica non tanto per le sue qualità, ma per la paura di essere “contro” temi sensibili: inserisci argomenti come l’identità di genere o il narco-traffico, e molti si sentiranno obbligati a lodare il film per paura di sembrare insensibili; ma la verità è che Emilia Pérez è tutt’altro che inclusivo. Al contrario, perpetua una visione del mondo binaria e classista.
Il tono generale del film si crogiola in una falsa grandiosità. Audiard si diverte a giocare con i generi, ma il risultato è un’opera che non sa mai veramente cosa vuole essere. La fluidità tra stili e atmosfere, che poteva essere un punto di forza, diventa invece una fonte di confusione: ogni volta che il film sembra trovare un ritmo, viene subito interrotto da una scelta stilistica che lascia perplessi. La tragedia si mescola alla commedia in modi che sembrano più accidentali che intenzionali, e il risultato è una pellicola che non riesce mai a coinvolgere davvero lo spettatore.
Certo, ci sono momenti di inventiva, e gli attori danno il massimo con il materiale a loro disposizione: Selena Gomez cerca disperatamente di portare una certa gravitas al suo ruolo, ma il copione (e le poche lezioni di spagnolo) non le dà nulla con cui lavorare. Anche i momenti di dramma sociale, che avrebbero potuto elevare il film, sono trattati con una leggerezza che li rende inefficaci.

Non fraintendetemi, non è un film orribile. È un film frustrante, un film che promette tanto e mantiene poco, che tenta di affrontare grandi temi senza mai davvero capirli; è una lezione su come l’ambizione, se non supportata da una visione chiara, possa trasformarsi in pretenziosità. E alla fine, il film lascia un retrogusto amaro: non per la sua audacia, ma per la consapevolezza di ciò che avrebbe potuto essere.

Lascia un commento