EDDINGTON

This entry is part 14 of 35 in the series N8 2025

NUOVE USCITE

Liberarsi i cuori a vicenda a colpi di fucile

di Alessandro Capecci

In occasione di un incontro tenutosi al Cinema Arlecchino di Bologna poche settimane fa, il regista Ari Aster ha introdotto il suo ultimo film – Eddington (2025) – con un certo disappunto: si è detto infatti spiazzato di come la sua sceneggiatura, scritta nel 2020 e adattata nel 2024, sia stata così velocemente lasciata indietro dagli eventi avvenuti negli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni.

Ambientata durante la conclusione della prima fase della pandemia COVID-19, nel maggio 2020, la storia segue lo sceriffo della piccola città di Eddington, Joe Cross (Joaquin Phoenix), che vive tra le incomprensioni quotidiane del paese e la propria casa, abitata da una compagna psicologicamente instabile (Emma Stone) e la madre di lei (Deirdre O’Connell), diventata ossessionata dalle teorie del complotto. Il crescente clima di tensione sociale, le imminenti elezioni municipali e il profondo odio nutrito da Joe nei confronti del sindaco uscente (Pedro Pascal) – già in lizza per il secondo mandato – lo spingono a candidarsi sindaco, animato dalla volontà di smascherare l’ipocrisia dell’avversario e dare alla città una nuova direzione.

Una delle impossibili interazioni tra Joe e Ted in una scena del film

Già dalle prime sequenze, Eddington rivela un vizio di forma: una circoscrizione così netta della propria ambientazione spazio-temporale – una presumibile America texana al termine della prima presidenza Trump – ricca di espliciti e precisi riferimenti agli eventi effettivamente accaduti durante quel periodo, dal movimento no-mask all’assassinio di George Floyd, semplicemente non funziona, e per diversi motivi. Se in Beau ha paura (Beau Is Afraid) Aster tentava di rappresentare un campionario delle paranoie e delle ossessioni di un uomo schiacciato dal complesso materno – culminando con un dialogo tra il protagonista e un enorme fallo parlante –, riuscendo perlomeno a strappare qualche risata allo spettatore, qui l’effetto sortito è nullo. La stizza nei confronti delle restrizioni sanitarie del personaggio di Phoenix, espressione della mancata volontà di sottomissione da parte di un uomo caratterialmente debole, non diverte, così come gli scambi tra lui e il sindaco arrivista di Pascal, a cui Joe vuole politicamente opporsi solo per ottenere una rivalsa personale. La caricatura degli attivisti bianchi del Black Lives Matter è stanca, ultima battuta di un discorso già analizzato, ridicolizzato e archiviato: da una parte ci ha pensato il personaggio di Colman Domingo in uno degli episodi speciali della serie TV Euphoria, Trouble Don’t Last Always (Sam Levinson), andato in onda nel dicembre 2020, in cui decostruisce e mette alla berlina il supporto di manifestanti e aziende alla causa afroamericana, mostrandone l’ipocrisia; dall’altra, gli stessi attivisti hanno fatto dietrofront e criticato il loro stesso attivismo performativo, confessando che non è con l’auto-accusa dei propri privilegi o con post Instagram completamente neri che si depura la polizia americana da un’ideologia suprematista e razzista.

I manifestanti BLM in una scena del film

Allo stesso modo, Eddington non ha la forza di atterrire il proprio spettatore, di sconvolgerlo o almeno di condurlo ad un’ulteriore riflessione sugli stravolgimenti del 2020. Nella seconda parte, infatti, la violenza visiva portata sullo schermo aumenta esponenzialmente all’avanzare della narrazione: da un umiliante doppio schiaffo ricevuto da Joe, si passa alla fucilazione del sindaco Garcia e di suo figlio – con tanto di goffo depistaggio verso i membri BLM – da mitragliatrici che esplodono all’impazzata, bombe che atterrano nel deserto ad un coltello conficcato nel cranio. La rappresentazione di questa spirale di eventi politico-sociali poteva apparire inquietante e grottesca cinque anni fa, ma si rivela quasi banale ed edulcorata rispetto alla reale storia che nel mentre si è compiuta. L’invasione del Campidoglio da parte dei sostenitori MAGA, l’esecuzione di un CEO compiuta a Manhattan da Luigi Mangione, il secondo mandato alla Presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, il tentato assassinio di quest’ultimo e quello riuscito di Charlie Kirk – avvenuto poco più di un mese prima dell’uscita italiana del film di Aster – fanno apparire Eddington come un debole scenario poco fantasioso, vittima di un inquietante rovesciamento di ruoli tra realtà e finzione.

La scena del crimine dell’omicidio Garcia in una sequenza di Eddington

Di tutto ciò tuttavia, alla luce del discorso compiuto durante la presentazione del film, sembra essere consapevole anche lo stesso Aster. Lo slittamento dall’horror alla satira contemporanea porta con sé un’interessante potenzialità di cui si rimane curiosi, ma l’imprevedibilità della nostra storia può generare risultati come questo, opere cinematografiche nate già vecchie e fagocitate dalla sparatoria della settimana successiva.

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Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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