DEATH OF A UNICORN

This entry is part 17 of 38 in the series N4 2025

NUOVE USCITE

Di Miriam Padovan

A24 prende un unicorno, lo investe con l’auto e ci costruisce sopra una satira sociale, un horror splatter e una commedia nera. Il tutto, ovviamente, avvolto in una CGI discutibile e condito con tanto, tantissimo sangue – possibilmente blu. Il film segna l’esordio alla regia di Alex Scharfman, produttore con il curriculum di chi ha sempre guardato la macchina da presa da lontano e ora ha deciso di usarla per lanciare in faccia al pubblico  un ibrido cinematografico dal sapore acidulo e pop. Al suo fianco c’è Ari Aster come produttore esecutivo. 

La trama è semplice come il capitalismo che critica: Elliot Kintner (Paul Rudd), padre servile e frustrato, e sua figlia adolescente Ridley (Jenna Ortega, che comincia a diventare un po’ troppo adulta per i ruoli da ribelle teen) vanno a trovare il capo di lui, il farmacocrate Odell Leopold (Richard E. Grant, che sembra  uscito da una parodia di Succession), nella sua villa da super-ricchi. Lungo la strada investono un cucciolo di unicorno. Ma tranquilli, non è grave: è solo l’inizio dell’apocalisse. Perché sì, questo unicorno non è quello che ti aspetti: niente arcobaleni, niente glitter.

Solo un mostro assetato di sangue con un corno pronto a  trafiggere chiunque osi avvicinarsi – o peggio, chiunque voglia sfruttarlo. E qui entra in gioco il sottotesto pseudo-sociale-anticapitalista che Scharfman vuole servire con la sottigliezza di una mazzata sui denti: il  corpo dell’unicorno ha proprietà curative? Allora si studia, si seziona, si inghiotte, si macella, si sfrutta, si  commercializza. Fino a quando mamma e papà unicorno arrivano a far saltare tutto per aria, con una vendetta degna di un Tarantino qualsiasi. 

La critica sociale, per carità, c’è: la borghesia malvagia e avara, la natura stuprata e vendicativa, il capitalismo farmaceutico che si nutre di ogni miracolo fino a ridurlo in pillole e profitti. Ma se l’idea è stimolante, la realizzazione spesso inciampa nell’ovvietà. I personaggi sono più stereotipi che individui: Ridley è l’attivista giovanile che “ha capito tutto”, Elliot è il padre succube che “non ha capito niente”, i Leopold sono l’epitome della malvagità coniugata al potere.

Narrativamente, il film parte come un teen movie, scivola nel fantasy, rotola nell’horror e si tuffa in uno home invasion. Il tono è schizofrenico come il pubblico che cerca di capire se ridere, spaventarsi o indignarsi. La CGI degli unicorni è, diciamo, “partecipativa”: non convince mai del tutto, ma si fa notare, come un cosplay riuscito male a una fiera fantasy ma realizzato con tanta passione. Gli effetti splatter,  invece, sono un’ode al kitsch: corni che trafiggono, zoccoli che spezzano, sangue ovunque. Molto, molto divertente da guardare. Scharfman tenta un’operazione di rinnovamento iconografico, ribaltando l’immaginario zuccheroso dell’unicorno in chiave horror-punk. Il mito si fa carne, e la carne si fa poltiglia.  L’operazione è interessante a livello teorico, ma nella pratica mostra i suoi limiti: la riflessione politica si perde tra i jumpscare e i luoghi comuni, e lo script annaspa quando tenta la morale da favoletta distopica. Scharfman sa cosa vuole dire, ma non sempre sa come dirlo. Il risultato è un film che ha un disperato bisogno di essere preso sul serio, ma che nel tentativo di “impressionare la borghesia” finisce spesso per accontentarla. Un po’ come se dicesse: “Guardate quanto sono strano, però compratemi lo stesso”. 

Death of a Unicorn è un’opera prima che ha il merito di osare, ma non sempre di riuscire. È un film che mastica mitologia, satira e horror per sputare fuori qualcosa di strambo e sgangherato, per motivi buoni o cattivi. Il messaggio c’è, ma non è mai veramente tagliente. La messa in scena è bizzarra, ma mai davvero iconica. Il sangue scorre, ma non sempre lava via i peccati del film.

In definitiva, Death of a Unicorn è un’opera che si muove con la grazia di un unicorno in un negozio di porcellane: affascinante, goffa, e potenzialmente disastrosa. Ma in un panorama cinematografico sempre più piatto e prevedibile, almeno tenta di calciare un po’ di tavoli. E se alla fine l’unico vero miracolo è che qualcuno abbia prodotto un film del genere… forse l’unicorno esiste davvero.

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Autore

  • Padovan Miriam nasce e decide di fare l’artista. Dopo un’infarinatura decisamente disomogenea, pensa di voler diventare una qualsiasi regista indie femminista ma il suo anno da fotografa per matrimoni le fa cambiare subito idea. Inizia a bingewatchare video di Barbero e scopre la sua vera passione: dare aria alla bocca. Approda al DAMS e, dopo essersi guadagnata la fama grazie al suo spaccio di appunti (secchiona e pure sottona), finisce per diventare redattrice di questa rivista.
    Il suo sogno sarebbe continuare a fare quello che fa adesso, ma da pagata: stare seduta sul proprio culo lamentandosi di come gli altri potrebbero fare meglio. Ha una terribile ironia ed i gusti artistici di una sedicenne: un’intellettuale wannabe che ha ancora troppo da imparare per avere un’opinione ma che, tra una cazzata e l’altra, a volte, ha ragione.


     

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