FIL ROUGE: CINE-PARANOIA
di Dario Vitale

L’ossessione per l’acciaio, il rumore bianco del video analogico e la paranoia di una Tokyo che pulsa da dentro, come malata: in Bullet Ballet (バレット・バレエ / Baretto barē, 1998), Shin’ya Tsukamoto filma una storia di vendetta; al contempo, tratteggia il collasso nervoso della modernità. Lo fa attraverso la materia: il sudore, il sangue e il freddo metallo di una pistola. Il film è una sinfonia industriale dove l’identità umana viene erosa con poca o nulla possibilità di ricostruzione. Goda (Tsukamoto) e Chisato (Kirina Mano) sono le due anime perse che in una Tokyo monocromatica cercano una connessione attraverso la distruzione. Goda, un pubblicitario la cui vita viene frantumata dal suicidio della compagna, sprofonda in una paranoia maniacale: il possesso di una pistola. Non è solo un desiderio di vendetta, ma necessità di possedere l’oggetto del trauma per poterlo dominare.

Bullet Ballet è uno dei film che meglio ha intercettato il malessere di fine millennio. Racconta l’esplosione di una violenza che non è più sociale, ma atomizzata. La sequenza in cui Goda tenta di fabbricare una pistola artigianale in una piccola officina è emblematica: il suo volto è deformato dalla fatica, i pixel della pellicola sembrano sgranarsi sotto la pressione del metallo. La tecnologia, la meccanica, il ferro che deve colmare il vuoto della carne suicida è la pistola: la materializzazione di un’angoscia che abita i vicoli di una metropoli indifferente. L’alienazione della Tokyo di Tsukamoto è popolata da una massa amorfa di salaryman, ombre senza volto che si muovono come ingranaggi di una macchina celibe. L’uomo non è più una macchina autonoma, ma il sedimento biologico della città. Solo immergendosi nei suoi visceri più infetti è possibile decifrarne i codici segreti. La violenza, tragica e inevitabile, diventa l’unico reagente chimico capace di innescare la liberazione. Goda e Chisato, pur nella loro deriva, sono gli unici a possedere ancora una scintilla di vita, proprio perché accettano il confronto con la morte. I due scelgono l’immunizzazione esponendosi al dolore. La loro paranoia non è un disturbo da curare, ma l’unico motivo rimasto in un mondo alla deriva.
Quale bestia rimarrà a guardarci quando avremo smesso di sparare? Bullet Ballet suggerisce che la paranoia è il sentimento che si genera in individui posti al limite con la società, che decidono di scagliarsi contro l’entropia urbana. Il fallimento della stabilità borghese è dipinta in un sistema in cui l’essere umano diventa estensione dell’atmosfera metropolitana, in una simbiosi tra carne, cemento e neon, dove l’identità di genere si dissolve nell’androginia di Chisato.

In Bullet Ballet, Shin’ya Tsukamoto realizza una sintesi visiva tra montaggio frenetico, suono industriale e dialoghi, dando forma a un’opera in cui l’essere umano si identifica visceralmente con il cemento e l’acqua delle tubature. Goda tenta di elaborare il lutto mentre forgia proiettili e assembla componenti meccaniche, un processo filmato con una cura meticolosa per il dettaglio tecnico, caricando ogni vite e ogni scatto. L’ossessione per l’arma subisce una metamorfosi, sublimandosi in una ricerca della morte. La violenza, tipica del cinema di Tsukamoto, è la spinta estrema per perforare l’alienazione quotidiana. Il foro lasciato dal proiettile con cui la compagna si è tolta la vita diventa allora lo spiraglio di luce, l’altra parte della realtà, oltre il sogno maledetto di una Tokyo deceduta.
Ciò che eleva il film a opera seminale è l’urgenza dei protagonisti di dominare l’elemento inorganico, la pistola, per farne uno strumento di espressione in un mondo sordo ai tormenti della gioventù giapponese. Non è un caso che il regista firmi qui il suo primo, e forse unico, vero ritratto generazionale: non siamo più di fronte alla crisi d’identità del solo salaryman, ormai lasciato vagare per la metropoli, ma giovani smarriti che inseguono la morte. Nello scenario soffocante del Decennio perduto, nessuna pacificazione sembra possibile, se non attraverso il sacrificio della propria coscienza in favore della fredda perfezione meccanica, come accadeva nel mondo di Tetsuo (鉄男, Shin’ya Tsukamoto, 1989).
I personaggi di Bullet Ballet rifiutano la fusione del corpo con la macchina, preferendo strumentalizzare il richiamo del metallo per rivendicare la libertà soggettiva. È proprio questo anelito a conferire al film il lirismo di sequenze deflagranti. I pochi istanti di vitalità, come la danza di Chisato o la corsa finale verso l’orizzonte, sono i desideri utopici che si infrangono contro l’insoddisfazione collettiva che scandisce le vite effimere del Giappone contemporaneo. Ciononostante, la presenza di immagini così idilliache e cariche di una speranza trasformano il film nell’opera che guiderà il cinema di Shin’ya Tsukamoto nel nuovo millennio. I corpi di Goda e Chisato conservano il rifiuto di sottomettersi passivamente all’inorganico. Segnano quindi l’apertura verso il mondo del sogno, dell’antimilitarismo e pacifismo. Nel film il desiderio di un futuro luminoso resta un’aspirazione, una scintilla di vita che brilla in un tunnel, creato dal foro di un proiettile sulla fronte di una donna.
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