BREVE STORIA D’AMORE

This entry is part 14 of 29 in the series N9 2025

NUOVE USCITE

L’esordio coraggioso di una sceneggiatrice, tra corna e coppie in disfacimento

Di Gianluca Meotti

Il primo film di Ludovica Rampoldi da regista (sceneggiatrice organica al cinema italiano, ha lavorato con Bellocchio, Salvatores e con Bertolucci a quello che doveva essere il suo ultimo film) sembra essere il gemello nostrano e un po’ meno spinto sessualmente di Dreams (2025) di Michel Franco, uscito in sala nello stesso periodo. Relazioni clandestine fra generazioni diverse con un velo di thriller a rendere tutto più complesso. Se in Franco lo sguardo principale era alla diseguaglianza di classe fra i due amanti protagonisti, nel film di Rampoldi ci troviamo a muoverci fra appartamenti romani borghesi, in cui due coppie di generazioni diverse intrecciano i propri destini quando Lea (Pilar Fogliati) e Rocco (Adriano Giannini) si incontrano in un bar e scatta fra loro il desiderio. Stanca del suo rapporto con il fidanzato Andrea (Andrea Carpenzano), la donna si infatua sempre di più di Rocco, interessandosi della sua vita privata a tal punto che diventerà paziente di Cecilia (Valeria Golino), sua moglie e psicanalista.

Per il suo esordio, la regista sceglie una sceneggiatura che aveva scritto vent’anni fa e la rianima in un momento di crisi massima dell’eros sul grande schermo. Sfortunatamente, l’idea di mettere in scena un thriller erotico vero svanisce dopo la prima scena in cui Rocco e Lea si conoscono, in un bar dove lui è con la faccia ammaccata per un incontro di scacchipugilato (si, è quello che vi immaginate!) e lei è ubriaca e si prodiga in avances abbastanza spinte, portando la narrazione verso altri lidi, più congeniali all’ambiente della Roma alto borghese e progressista (il personaggio di Valeria Golino si fa addirittura una canna!). Abbastanza inavvertitamente, però, il film non naufraga, ma anzi veleggia a pelo d’acqua verso la conclusione grazie ad un intreccio a due che poi raddoppia e al personaggio di Pilar Fogliati, impianto da femme fatale determinata nel suo arzigogolato piano di vendetta, ma comunque fragile e fallibile, che a metà strada forse si innamora davvero di quell’uomo con cui faceva solo sesso. La cosa migliore del film sta in questa decisiva ambiguità caratteriale di Lea (chi non vorrebbe vedere un film in cui lei e il protagonista maschile di Dreams stanno insieme?) e nella riflessione per niente scontata sul tradimento come fatto di cui forse dovremmo riconsiderare la gravità, per concentrarci maggiormente sul motivo per cui la possibilità che il nostro partner faccia sesso con qualcun altro ci faccia soffrire.

La sceneggiatura quindi è affilata, sa dove andare a colpire, costruisce metafore (vedi le formiche) che reggono e che accompagnano lo spettatore durante tutto il film; il tono è dove forse Rampoldi dimostra qualche incertezza.  Tutto è basato su questo continuo rimpiazzarsi di dramma e commedia, con la musica da fare da contrappunto a ciò che vediamo sullo schermo, stratagemma che funziona se l’intenzione è quella di far rimanere l’attenzione sui fatti, ma che lascia comunque un senso di incompiutezza e di mancata occasione per quando la storia inizia ad acquisire elementi più oscuri, fattore che non è mai ravvisato nella messinscena.

Tutto sommato, però, Rampoldi realizza un dramma da camera (d’albergo) raffinato, che sopperisce alle incertezze dell’opera prima con una stratificazione di scrittura che dimostra tutto il pedigree dell’autrice e che si propone di andare ad affrontare il tema monolitico della fedeltà coniugale. Mezzo punto in più per il coraggio.

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Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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