BACKROOMS

NUOVE USCITE

Il medium è il messaggio

di Alessandro Capecci

Nel suo saggio del 1964 Understanding Media: The Extensions of Man, il sociologo Marshall McLuhan coniò la fortunata formula “The medium is the message”: con essa – letteralmente “Il medium è il messaggio” – McLuhan intendeva affermare la precedenza, o l’esclusività, della forma nella ricezione da parte di un fruitore; in altre parole, il vero messaggio di un mezzo di comunicazione non è il contenuto trasmesso, bensì la natura stessa del mezzo. L’espressione di McLuhan, a distanza di più di sessant’anni, sembra trovare di nuovo validità nell’assistere a Backrooms (2026), primo film dell’inglese Kane Parsons nonché esordio più giovane dietro la macchina da presa da parte di un regista prodotto dalla A24.

Backrooms segue le vicende di Clark (Chiwetel Ejiofor) e Mary (Renate Reinsve), il proprietario di un fallimentare negozio di rivendita di mobili e una terapista, accomunati dal percorso psicologico che stanno seguendo insieme ma anche da un trauma del passato, l’abbandono forzato delle rispettive case. Frustrato dalla propria vita e disilluso anche nei confronti della terapia, un giorno Clark scopre, nel sotterraneo del proprio negozio, il passaggio verso una dimensione altra, la quale sembra moltiplicare all’infinito degli inquietanti spazi liminali. Alla scomparsa di Clark, dopo essere venuta a conoscenza di tale passaggio, anche Mary si ritroverà ad attraversare i luoghi stranianti di tale dimensione.

Con il suo primo lungometraggio, Parsons si avventura nell’universo da lui stesso creato nel 2022, quando aveva pubblicato su YouTube il cortometraggio mocku-horror The Backrooms (Found Footage), a seguito della nascita della lore delle backrooms sul forum 4chan nel 2019. La modalità di ripercorrere la strada del sottogenere del found footage, in questo caso, non è forse delle più brillanti: il film si apre proprio con il filmato ritrovato di una “vittima” delle backrooms, al quale stanno assistendo alcuni misteriosi scienziati; vediamo poi in presa diretta l’esplorazione di alcuni luoghi della dimensione altra, ripresa secondo il canone con una camera a mano da due dipendenti di Clark, prima di essere uccisi da una creatura nascosta. Non solo dunque l’unione di fiction con tali filmati vanifica l’identità vera e propria del found footage, ma di quest’ultimo se ne trova effettivamente traccia solo nella sequenza iniziale, riportando alla mente il mediocre tentativo di Shelby Oaks: Il covo del male (Shelby Oaks, Chris Stuckmann, 2024) di fondere in un’unica narrazione mockumentary, found footage e fiction. Questo sottogenere, infatti – poiché sarebbe più corretto parlarne in merito di sottogenere vero e proprio invece che di “tecnica cinematografica” –, nonostante goda ormai di un’identità ben definita e resa celebre da film quali The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (The Blair Witch Project, Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), Paranormal Activity (Oren Peli, 2007) o Cloverfield (Matt Reeves, 2008), corre sempre il rischio di risultare debole o addirittura paradossale se contaminato dall’esplicitazione della fiction sullo schermo.

Ciò tuttavia che più fa difetto in Backrooms è l’esperienza cinematografica in sé. “Il medium è il messaggio”, come si diceva in apertura. Portare al cinema una lore nata sul web, sviluppata e alimentata dal web stesso, è un’operazione molto difficile, poiché si deve necessariamente tener conto di funzionamenti esperienziali e fruitivi differenti: creepypasta, filmati e fotografie delle backrooms fruiti attraverso lo schermo di un telefono o di un PC, nella solitudine della propria camera da letto o in uno stesso spazio liminale (un ufficio, il corridoio di un hotel), magari anche durante la notte, genereranno un effetto diverso sullo spettatore se fruiti nella collettività di una proiezione cinematografica, al buio e sul grande schermo. Il contenuto che giunge al fruitore è cioè diverso – in questo caso si potrebbe dire indebolito o ridotto nella portata della propria esperienza orrorifica – poiché diverso è il medium attraverso il quale viene fruito.

Ciononostante, con Backrooms, Kane Parsons ha dimostrato di possedere delle qualità ottime per un cineasta esordiente di soli vent’anni: non solo la realizzazione di alcune sequenze – quella dello sprofondamento continuo e della deformazione del salotto della casa di infanzia di Mary o del suo tentato strangolamento da parte di Clark – lo rendono già un regista capace e promettente, ma sua è anche la firma dietro l’alienante colonna sonora del film, realizzata in collaborazione con il compositore Edo Van Breemen.

Backrooms di Kane Parsons è ora al cinema.

Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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