NUOVE USCITE
di Giovanni “Fusco” Pinotti

L’estate scorsa ho avuto il piacere di visitare per la prima volta il Museo Nazionale del Cinema a Torino, entro cui era stato allestito un percorso espositivo interamente dedicato al genio di James Cameron. Camminando tra oggetti di scena, dipinti, disegni, costumi e modelli, alcuni direttamente collegati alle opere cinematografiche del regista, altri risalenti invece a fantasie giovanili, sono rimasto sinceramente sbalordito per due motivi: innanzitutto, l’immaginazione di Cameron, fatta di alieni, mutanti, astronavi e mondi lontani, trovava una rappresentazione straordinariamente eloquente ed esteticamente sublime nel tratto della sua mano, la quale certe volte, per composizione e punti focali, pareva rimandare alla pittura rinascimentale; in secondo luogo, diverse concept arts dei suoi film rispecchiavano fedelmente in pressoché ogni aspetto ciò che si sarebbe poi visto sul grande schermo. Succede spesso, anche ai registi più talentuosi e importanti, che le ambiziose immaginazioni e i grandiosi piani dei concept artists non trovino un riscontro così fedele una volta trasposti sul grande schermo – questo per diversi motivi talvolta indipendenti dalla qualità del cineasta e delle sue maestranze, primo su tutti il rispetto del budget. Eppure, i sogni di Cameron sono sopravvissuti al fondamentale passaggio dallo storyboard o dal disegno alla realtà del prodotto finale.
Il mondo di Avatar è riuscito non solo a sopravvivere, ma a spiccare un salto di qualità mozzafiato. Sin dal 2009, anno di uscita del primo capitolo della saga, pubblico e critica sono rimasti stregati dal fascino di Pandora, dalla sua accurata e profonda autenticità, da questo mondo ricco di culture e creature e vibrante di vita extraterrestre. Il sottoscritto è sempre stato un accanito difensore e un sincero appassionato del colossale progetto cameroniano; le solite, stantie e piuttosto deboli critiche rivolte ai film di Avatar (“È solo Pocahontas con i Puffi!”, “È l’equivalente di una montagna russa dal punto di vista artistico!”, etc.) mi hanno sempre provocato una certa indifferenza, proprio per la loro superficialità.
È vero, la trama di Avatar, pur non sprofondando nei baratri di nulla cosmico descritti dai suoi detrattori, non è mai stata il punto di forza dell’universo pandoriano, e questo Avatar – Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ash, 2025) non fa certo eccezione, in quanto la struttura fondamentale dell’intreccio non si distanzia poi così tanto da formule narrative classiche. Eppure, cercando di andare oltre la semplicità della trama e il monumentale spettacolo visivo, ciò che risalta nel terzo capitolo è la forza dei personaggi, a partire dai tre principali, Jake Sully (Sam Worthington), Neytiri (Zoe Saldaña, la regina del box office) e il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang).

Jake e Neytiri, ormai parte integrante del clan acquatico dei Metkayina, affrontano seri problemi di coppia causati dalla morte del loro primogenito Neteyam (Jamie Flatters), morto in battaglia durante gli eventi di Avatar – La via dell’acqua (Avatar: The Way of Water, 2022). La guerriera Na’vi, accecata dal dolore e appesantita dall’odio, rielabora il suo lutto in quello che Saldaña ha descritto come un “razzismo in piena regola” nei confronti degli umani, in particolar modo di Spider (Jackson Champion), il figlio di Quaritch adottato da Jake e cresciuto come uno dei suoi figli. L’evoluzione dei sentimenti della coppia nei confronti di Spider – che trova il suo culmine nella scena del tentato sacrificio – rappresenta uno degli sviluppi più riusciti e coinvolgenti a livello emotivo di tutta la pellicola, in quanto riesce a mostrare la crescita e le debolezze di personaggi che abbiamo ormai imparato a conoscere e amare. In maniera simile, il progressivo perdono di Lo’ak (Britain Dalton), il secondogenito di Jake e Neytiri tormentato dai sensi di colpa per la morte del fratello Neteyam, da parte del padre è gestito con la giusta maestria dagli sceneggiatori Rick Jaffa, Amanda Silver e Cameron, i quali intrecciano la redenzione dell’aspirante guerriero Lo’ak con quella del giovane tulkun Payakan, un altro reietto, intenzionato a risvegliare il proprio popolo da un passivo e autodistruttivo pacifismo. La tragicità della storia di questa creatura, esiliata e costretta ad assistere impotente a un genocidio, arriva allo spettatore tramite la magia senza precedenti (se non quelli cameroniani) di effetti speciali che riescono a trasmettere emozioni squisitamente umane attraverso un semplice battito dei tristi occhi dell’emarginato.


Tra i figli adottivi di Jake e Neytiri, non si può non menzionare Kiri (Sigourney Weaver), la cui speciale connessione con la coscienza onnicomprensiva pandoriana Eywa – che trova il suo soddisfacente culmine in una scelta visiva kubrickiana – veicola il forte messaggio politico del film: se nel secondo capitolo erano le preoccupazioni ecologiche – qui comunque importantissime – a dominare la narrazione, in Fuoco e cenere l’imperialismo umano viene esplicitamente condannato come qualcosa di profondamente innaturale, un abominio che la forza vitale che lega ogni creatura vivente di Pandora non può che rigettare con disgusto. Una delle serie televisive migliori degli ultimi anni (e mi azzarderei a dire di tutti i tempi), Andor (Tony Gilroy, 2022-2025), ci ricordava che “il bisogno di controllo da parte dell’Impero è così disperato proprio perché è così innaturale”, e Fuoco e cenere, su questa scia tematica, oppone alla cieca barbarie e al controllo volto allo sfruttamento da parte multinazionale RDA, l’invasore di Pandora, la forza essenziale e inarrestabile di una natura che si rifiuta di farsi da parte.

A proposito di “cattivoni”, un film di Avatar non sarebbe tale senza l’implacabile colonnello Quaritch, interpretato da un Lang che, come al solito, regala la migliore interpretazione del film. Il suo inestinguibile desiderio di vendetta nei confronti di Jake è tanto intenso quanto la sua volontà di diventare una figura paterna per Spider. Ogni scena che Quaritch condivide con il figlio ribelle consente a Lang di mostrarci un lato affettuoso di questo duro e spietato marine, per la gioia di chi, come il sottoscritto, ha sempre spazio nel suo cuore per antagonisti carismatici e capaci, sì, ma anche dotati di umanità (o di quel che ne rimane, ora che il DNA del fu-Quaritch è permanentemente codificato in un corpo Na’vi).
Quelli con Spider e con la sua arci-nemesi Jake non sono gli unici rapporti che consentono a Quaritch di diventare uno dei personaggi più coinvolgenti e divertenti di Fuoco e cenere: è soprattutto la new entry Varang (Oona Chaplin), la leader del clan guerriero e vulcanico Mangkwan, a conquistare le attenzioni (e non solo) del colonnello. Questa sacerdotessa del fuoco, che è ormai entrata a pieno titolo tra i personaggi più iconici e indimenticabili della fantascienza, è una villain che fin da subito si presenta come una minaccia efficace e da prendere sul serio, sfidando Eywa e le sue regole, portando morte, violenza e fiamme ai più deboli per garantire la sopravvivenza del suo clan. Varang trova in Quaritch un alleato (e non solo) naturale, qualcuno che può mettere a sua disposizione la tecnologia degli umani e che può prometterle gloria e potere. La completa seduzione di Quaritch da parte della strega Na’vi ha un divertente parallelo in un’altra storyline simile, quella del colonnello Steven J. Lockjaw interpretato da Sean Penn nel bellissimo Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025) di Paul Thomas Anderson, e ha scatenato il potenziale dell’Internet con un’infinita serie di meme (i miei preferiti li trovate in fondo alla pagina), con buona pace della folla di detrattori che, nell’attesa tra un Avatar e l’altro, sputano frasi come, “L’impatto culturale di Avatar è inesistente”.

L’aspetto tecnico, come è diventato quasi superfluo ricordare, è mozzafiato. Ogni scena d’azione, ogni battaglia, ogni paesaggio sconfinato, ogni pianta e ogni creatura strabordano di dettagli e profondità che sul grande schermo (e soprattutto in IMAX, dove ho avuto la fortuna di vederlo, pur sborsando un patrimonio) catapultano direttamente il pubblico sul distante pianeta di Pandora, al punto che, alla fine delle tre ore e diciassette minuti di durata del film, non si è affatto stanchi, bensì tristi di dover abbandonare a data da destinarsi questo stupendo mondo alieno. In questo senso, la saga di Avatar è la trionfale rivalsa del cinema di serie B di Roger Corman, un cinema povero di mezzi ma ricchissimo di idee: Cameron, allievo fedele di Corman, al quale piaceva ricordare che aveva insegnato a Cameron come “fare un’astronave con dodici dollari”, ha dimostrato che l’immaginazione creativa e il talento artistico, così spesso presenti nei B-movies, hanno la capacità, una volta acquisite le risorse adeguate, di mettere in scena un cinema di altissimo livello, di dar vita a un intrattenimento profondo e appassionato che ormai, purtroppo, è sempre più raro trovare nei blockbuster hollywoodiani. Ciò che dobbiamo sperare, in ultima analisi, è che i risultati al botteghino giustifichino la produzione del quarto e del quinto film. Io non sono ancora pronto a dire addio a Pandora.



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