NUOVE USCITE
di Gianluca Meotti

Arco – Un’amicizia per salvare il futuro (Arco) è l’esordio al lungometraggio del fumettista francese Ugo Bienvenu, che fino ad ora si era cimentato solo con il cinema corto. Presentato allo scorso festival di Cannes, ha vinto un European Film Award ed è stato candidato al Golden Globe e ad un Oscar; tutto questo, nonostante probabilmente il film non riuscirà a vincere la statuetta, rivela ulteriormente il buono stato in cui versa l’animazione europea, che ormai da tre anni consecutivi porta un suo esponente a battersela sul palco del Dolby Theater.
Ma che cos’è Arco – Un’amicizia per salvare il futuro? Favola ecologista che guarda parecchio allo studio Ghibli e soprattutto a Miyazaki – ma anche un po’ a Laloux – è la storia dell’incontro, nel futuro, fra due bambini di dieci anni che vogliono diventare grandi prima del tempo. Da una parte c’è il protagonista eponimo del film, Arco (Oscar Tresanini), che viene da un futuro non ben precisato ma, ci sembra di intuire, molto lontano; dall’altra Iris (Margot Ringard Oldra), che invece vive in un futuro molto ben precisato, in un 2075 dove la tecnologia si è armonizzata con la nostra vita, i robot esistono e sono i nostri tuttofare e in cui l’unico grande problema sembra essere quello ambientale. Spaventosi temporali e incendi inestinguibili si alternano in questo mondo, ed essendo diventati una condizione climatica dalla quale è impossibile tornare indietro, ogni abitazione è stata dotata di una cupola che si chiude all’occorrenza e che riesce a salvaguardare il focolare domestico da focolari molto più ingestibili.
Ma Bienvenu ci suggerisce che questa società pastellosa e in cui il design di ogni oggetto ricorda dei giocattoli per la prima infanzia, dato il largo uso di colori primari e di forme dolci e arrotondate, è molto più prossima al collasso di quanto non sembri: una voce all’altoparlante del supermercato ricorda ai clienti che possono essere acquistate massimo cinque unità dello stesso oggetto, i genitori sono materialmente assenti per questioni lavorative e sopperiscono a questa assenza con una loro versione ologrammatica che può sì leggere le favole della buona notte, ma non rimboccare le coperte. Iris si sente sola e desidera un cambiamento, che arriverà sotto forma di arcobaleno. Arco viene da un futuro ancora più lontano, da una società che è stata sommersa dalle acque e che ha costretto i suoi abitanti a stabilirsi sopra le nuvole per “far riposare la terra”, in abitazioni che ricordano quelle della Città delle Nuvole de L’impero colpisce ancora (The Empire Strikes Back, Irvin Kershner, 1977). Ma queste colonie nel cielo hanno scoperto il viaggio nel tempo, che attuano grazie ad un cristallo verde sulla testa che riflette la luce e una tuta che si tinge dei colori dell’arcobaleno quando attraversano le epoche. Arco però è ancora troppo piccolo per fare il turista spazio-temporale e decide quindi di rubare tutto il necessario alla sorella ed andarsene a spasso nel tempo senza una meta, atterrando nella timeline di Iris.

Ed è qui iniziano i problemi. Nel tentativo di creare un dispositivo filmico capace di elevare il potenziale della fantasia a una forza in grado di innervare l’intera storia e trasformarla in una sorta di bellissimo sogno a occhi aperti — nel quale tutto può accadere, proprio perché è il film stesso a credere per primo, e con maggiore determinazione, nella forza del fantastico — emerge l’idea che i bambini siano gli unici a comprendere ciò che gli adulti non possono capire e ad avere la forza di cambiare davvero le cose; il regista perde il contatto emotivo con lo spettatore, che rimane fuori, escluso da un rapporto, quello tra i protagonisti, che sembra diventare estremamente profondo da un momento all’altro e senza una reale motivazione, evitando, coscienziosamente, i momenti di difficoltà, di diffidenza, di paura che il venir a contatto con il diverso portano. Tutto è plasticoso, divertito ma non divertente, con la presenza a singhiozzi di personaggi “cattivi”, i quali però ci tengono a ribadire che in realtà sono dei simpatici mascalzoni, delle canaglie bonarie e niente di più. Nella totale apatia emotiva si perde un film che in realtà riesce a fare molte cose bene, alcune anche molto difficili, soprattutto se si pensa che è un esordio – si pensi alla capacità di tratteggiare con degli accenni lasciati magari al fuoricampo oppure inseriti senza che vengano poi interrogati troppo (la “sala professori” che è in realtà uno sgabuzzino dove vengono messi in carica i robot-insegnanti, nettamente la cosa più divertente e “cattiva” del film).

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