NUOVE USCITE
Il bianco che salva tutti (tranne la verità)
Di Nora Zine
In 40 secondi, Vincenzo Alfieri trasforma una tragedia collettiva in esercizio di stile.

Presentato alla 31ª edizione di Visioni Italiane, 40 secondi di Vincenzo Alfieri è uno di quei film che nascono da un’ambizione etica ma finiscono per smarrirsi nella presunzione di “dover dire qualcosa di importante”. Ispirandosi all’omicidio di Willy Monteiro Duarte, Alfieri tenta di costruire un racconto corale capace di restituire complessità e umanità a un episodio di cronaca brutale. Tuttavia, invece di interrogare a fondo il sistema che rende possibili simili tragedie, il film sembra rifugiarsi nello sguardo rassicurante dell’uomo bianco occidentale, che ancora una volta si appropria del linguaggio del cinema per spiegare e forse addomesticare la realtà.
Sotto budget del colosso Netflix, la messa in scena è impeccabile, calibrata al millimetro, ma è proprio questa perfezione a risultare inquietante: tutto è filtrato, addomesticato, reso “accettabile”. Alfieri si rifugia nella forma, nella distanza. L’emozione viene sostituita dall’estetica, la rabbia dalla composizione. Il risultato è un film pulito, ma inerte. Una tragedia che diventa spettacolo, raccontata da chi si pone come testimone morale di un dolore che non lo riguarda.
Durante l’incontro successivo alla proiezione, il regista è apparso smorto, quasi disorientato, fino ad ammettere, biascicando qualche parola, che il film “parla di donne”. Un’affermazione quantomeno curiosa, considerando come molte inquadrature di nudi femminili risultino del tutto superflue alla narrazione. Lenti e montaggio si piegano all’euforia della messinscena, in particolare nella sequenza della rissa, più che a una reale riflessione sul senso di ciò che viene mostrato. Di fronte al pubblico, Alfieri si abbandona a un discorso incoerente, costellato di citazionismi di una banalità inaudita (al regista piace aggrapparsi a quella Banalità di cui parlava Hannah Arendt, pur ignorandone il significato) e di autoelogi tecnici che rivelano più compiacimento che consapevolezza. In quel momento, è apparso evidente come il film finisse per riflettere il suo stesso autore: un cinema che non osserva il reale, ma gli parla sopra.
E forse a disturbarmi davvero è stato questo sguardo paternalistico, questa volontà di “nobilitare” la vittima attraverso la narrazione di chi non ha mai dovuto temere di diventarlo. Nel 2021 ero a Colleferro alla manifestazione per Willy. Ricordo i volti, le voci, la rabbia composta. Quella verità non aveva bisogno di mediazione artistica: bastava esserci.
40 secondi tenta di restituire giustizia ma finisce per ribadire il privilegio di chi si sente in diritto di raccontare tutto. È un film ben confezionato, sì, ma intriso di una retorica salvifica che non fa che allontanare lo spettatore dal presente.
In questo caso, il silenzio o un ascolto sincero sarebbero stati un gesto molto più radicale di qualsiasi piano sequenza.

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