28 ANNI DOPO – IL TEMPIO DELLE OSSA

This entry is part 12 of 19 in the series N1 2026

NUOVE USCITE

di Davide Delledonne

Ventotto anni sono trascorsi dall’apocalisse ed ancora Ian Kelson (Ralph Fiennes) custodisce una cospicua collezione di vinili. Niente di strano, per un uomo solo che vive in un ossario, ma condividere i Duran Duran con un infetto capace di disossare un uomo a mani nude potrebbe essere strano, anche se secondo Alex Garland, sceneggiatore di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple), questo potrebbe essere il gesto più umano del film.

Si tratta del secondo capitolo diretto da Nia DaCosta di una nuova saga, legata all’Inghilterra post-apocalittica di 28 giorni dopo (28 Days Later, Danny Boyle) uscito nel 2002, che l’estate scorsa ha visto il suo primo capitolo in 28 anni dopo (28 Years Later), diretto da Danny Boyle e sceneggiato anch’esso da Alex Garland. Un incipit che aveva colpito per la regia nervosa e schizofrenica del regista britannico e per la scrittura stratificata ed eclettica, caratteristiche che avevano fatto sperare nella rinascita del franchise, dimostrandosi capaci di trattare temi come la morte, le responsabilità, le dinamiche della società o della famiglia in maniera delicata e profonda.

Il secondo capitolo si riapre su Spike (Alfie Williams) catturato da Sir Lord Jimmy Crystal (Jack O’Connell), fanatico che, spacciandosi per prole satanica, ha fondato una setta di suoi “cosplayers” chiamati le Dita. Spike, divenuto anch’egli un “Jimmy” per spirito di sopravvivenza, seguirà il gruppo nella sua missione di carità satanica: pelli scuoiate, torture, razzie e indottrinamento crudele e selvaggio. Parallelamente si sviluppa il secondo filone narrativo: Ian Kelson, il medico solitario, scopre che l’alfa, rinominato da lui Sansone (Chi Lewis-Parry), è sensibile alla morfina. La dipendenza di Sansone permetterà ai due di sviluppare un rapporto e a Ian di studiare l’infetto da una nuova prospettiva.

La narrazione a due tracce, destinate ad incontrarsi, rende il film polarizzato in due prospettive contrapposte. L’una tratta della malvagità dell’uomo “sano”, dell’ascesa del delirio nella cieca fede delle Dita e della violenza crudele e priva di senno comandata da Old Nick, il diavolo nella testa di Jimmy; e l’altra della riemersione, con la parola “luna” a citare l’Orlando Furioso, della coscienza di Sansone. Da un lato Everything In Its Right Place dei Radiohead accompagna il risveglio brusco di Sansone alla capacità di ricordare, pensare e provare compassione, dall’altro le note di The Number of the Beast degli Iron Maiden contrappongono l’incapacità di empatizzare o superare un trauma annebbiato da fantasie che accecano il satanista Jimmy. Inoltre, questa polarizzazione comprende anche una riflessione sul conflitto tra l’uomo di scienza laica, Ian, e l’uomo di fede, Jimmy, anche se tale conflitto è attraversato con leggerezza e fulminea rapidità.

Purtroppo, Il tempio delle ossa si presenta ben al di sotto delle aspettative, anche se girato in contemporanea a 28 anni dopo e scritto dalla medesima penna. Sicuramente il subentrare timido alla regia di Nia DaCosta, incapace di mantenere il passo di Boyle, rompe l’atmosfera ansiogena caratteristica della ripresa frenetica e isterica del primo capitolo. Lo stile di DaCosta non sostiene il ritmo della narrazione, che perde suspense, a causa di uno stile talvolta appiattito da una violenza brutale e splatter sempre mostrata e sempre più prevedibile. Anche se sostenuta da un ottimo comparto musicale capace di trasmettere l’isteria della violenza, la regia non rimane che un lavoro lontano dallo stile barocco del capitolo precedente.

Oltre a ciò, la scrittura di Garland, abbandonando la sua poliedricità per una polarizzazione delle tematiche, sembra aver perso la forza del primo capitolo: dell’interessante metafora dell’isolamento della Brexit, delle riflessioni sulla crescita di Spike, dell’imparare a valorizzare il senso della morte o delle dinamiche sociali e antropologiche non rimane nulla. Anche dei personaggi, già sviluppati nel capitolo precedente, sembra sparire ogni traccia; difatti diviene difficile individuare un personaggio principale o che semplicemente non si limiti a reagire. La narrazione sembra così persa allo scorrere di un fiume d’eventi che seguono una catena di causa-effetto molto elementare, riuscendo a lasciare con ben 110 minuti a disposizione una sensazione di incompiutezza.

In definitiva, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, esente da svolte narrative importanti, sembra essere un anonimo ponte narrativo al prossimo capitolo, anticipato dall’epilogo in cui l’originale protagonista della saga, un Cillian Murphy assente da 28 giorni dopo, viene riportato nell’Inghilterra post-apocalittica.

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Autore

  • Nato nel 2004 a Bologna, Davide Delledonne si ritrova oggi a studiare filosofia, anche se la sua vera passione sono le arti, nello specifico il cinema. Quando non è in sala trascorre il suo tempo leggendo libri pesanti e noiosi, ascoltando canzoni di artisti ormai sepolti e frequentando mostre che fà finta di capire. Ma d’altronde come prendere sul serio un ventenne che filosofeggia ancora con carta e penna? Non si può! Infatti, nessuno, compreso sé stesso, lo prende sul serio. Battezzato al cinema da Peter Jackson all’età di tre anni, non si è più ripreso dalla religione del film e si ritrova oggi a comprare più Dvd di quelli che una persona può umanamente guardare e più libri di quelli che effettivamente legge.


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